Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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23 Ottobre, 2026

Il terzo tempo. Daniele Cusmano, Andrea Martinati e Tenute RaDe: un sogno di famiglia diventato squadra nel Monferrato

  Un’amicizia nata su un campo da rugby, il sogno agricolo della famiglia Cusmano con vini che affidano al tempo la propria identità. Daniele Cusmano e Andrea Martinati raccontano Tenute RaDe, il Monferrato e una squadra che continua a giocare tra vigne, cantina e mercato. Chiunque abbia frequentato un campo da gioco e appartenuto ad una squadra, sa che la partita occupa soltanto una parte della giornata. C’è il viaggio, le battute nello spogliatoio, l’attesa e una sana tensione che ciascuno prova a nascondere come può. Dopo la partita rimane il fango sulle gambe e i lividi che il lunedì si faranno ancora sentire. Nel rugby, diversamente da molti altri sport, c’è anche il terzo tempo, quando avversari e compagni si siedono allo stesso tavolo a ricordare le azioni, a sfottersi l’un l’altro ridendo. È la consapevolezza che si tratta di un gioco e i giocatori avversari, mai nemici, sono persone con le quali, dinanzi ad una birra, tutto scivola. Anche una sconfitta. Il rugby possiede ciò che il resto degli sport possedeva e ha, purtroppo, dimenticato. È una sorta di grazia che insegna a reggere l’urto e, subito dopo, a versare da bere a chi te lo ha dato. Daniele Cusmano e Andrea Martinati si sono conosciuti così, inseguendo una palla ovale dal rimbalzo capriccioso e soprattutto il piacere di stare dentro un gruppo. Andrea è un ragazzo alto e massiccio che rivela subito il suo passato da rugbista. Anche da quel sorriso che incarna alla perfezione l’anima del terzo tempo. Ero assolutamente incapace. Ancora adesso, se guardo una partita, qualche regola mi sfugge. Però il gruppo era bellissimo. Daniele lo ascolta con il sorriso di chi già sa il seguito e potrebbe correggerlo in almeno tre punti. Tra loro funziona così: uno apre il racconto, l’altro entra di lato, aggiunge il dettaglio che mancava e insieme finiscono per ridere prima della conclusione. Ascoltarli non solo è divertente ma mi conduce direttamente nella loro storia. Le domeniche sul campo hanno lasciato ricordi che tornano nei racconti delle trasferte, degli infortuni, degli allenamenti da raggiungere macinando chilometri, dei compagni che con il passare degli anni hanno smesso di giocare rimanendo amici. Nel terzo tempo qualcuno ricostruiva la propria azione decisiva, qualcun altro ascoltava con la benevolenza di quelle imprese diventate leggenda magari quando i bicchieri erano già vuoti. Le partite finivano; la squadra continuava. Alcuni di quei ragazzi oggi lavorano in cantina, tra imbottigliamento e produzione, come se il campo avesse semplicemente cambiato forma. Daniele e Andrea hanno condiviso, molto prima del vino, merende, birre, serate, fatiche, svolte personali e un tratto di vita in cui gli amici assistono ai nostri cambiamenti quasi senza far rumore. La complicità che portano oggi in azienda nasce da lì, dal tempo trascorso insieme quando nessuno dei due doveva dimostrare qualcosa all’altro. Si punzecchiano, discutono, alzano il tono e trovano una sintesi. Quasi come accadeva in campo dove ci si poteva scontrare e un minuto dopo tornare a sostenere il compagno. Dietro questa allegria c’è una storia familiare cominciata nel 1988, quando Raimondo Cusmano e sua moglie scelgono la campagna al posto di Milano e acquistano un’azienda agricola tra le colline astigiane. Daniele è nato in città, ma i suoi ricordi hanno presto preso il colore della terra. All’inizio venivamo soltanto nei fine settimana. Poi, nel 1996, ci siamo trasferiti definitivamente qui. La prima vendemmia l’ho fatta quando ero ancora bambino. La madre aveva conosciuto la campagna durante le vacanze dagli zii nel Pavese, il padre portava con sé una formazione agraria e il desiderio di dare forma ad una vita diversa. Il Monferrato diventa così casa. L’impresa, l’azienda, arriva dopo. A San Marzano Oliveto le colline si inseguono senza ostentare nulla. I vigneti cambiano luce nello spazio di poche ore e il lavoro agricolo rende fattiva ogni idea. Da qui la famiglia ha allargato il proprio sguardo verso l’Alta Langa e i Colli Tortonesi, seguendo uve e territori differenti con la convinzione comune di accompagnare il percorso che va dalla prima foglia alla bottiglia. Questo porta il nome Tenute RaDe. Quelle sillabe uniscono Raimondo e Daniele, il fondatore e il figlio che ha raccolto il progetto dopo essersi formato in enologia ed essere entrato in cantina da ragazzo. Alla fine il sogno dei miei genitori l’ho preso io. Orgoglio, fatica e quella responsabilità che negli anni ha cambiato destinatario. Prima riguardava il padre e la madre. Oggi comprende il gruppo cresciuto intorno all’azienda. Quando tutto funziona ed hai persone attorno che credono nel progetto, è molto bello. Le difficoltà arrivano, si superano faticando e si va avanti. Un tono che è leggero, scanzonato, quasi volesse proteggere la parte più fragile della scelta. La sensazione di chi trasforma un’eredità affettiva nel proprio lavoro quotidiano. Andrea non arriva al vino in maniera diretta. Ha studiato nautica, collezionando note in condotta perché parlava sempre (non faccio fatica a crederci) e capendo presto che quella facilità di relazione poteva diventare un mestiere. Lavora come commerciale in settori legati alla pasticceria, alla gelateria e alla ristorazione, mentre l’amicizia con Daniele continua tra rugby e terzi tempi. In una di quelle serate arriva il primo esperimento: Daniele gli affida alcuni campioni e gli propone di provare a venderli. Io sul vino avevo pochissima esperienza. Ho iniziato a berlo praticamente l’altro ieri. Le prime prove furono tragiche: andavo dagli amici che avevano un locale, facevo assaggiare le bottiglie e loro mi dicevano di restare lì. Così finivamo per provarle insieme. Io dovevo imparare. Andrea ride, Daniele pure. Il ricordo parla di goffaggine felice degli inizi. Il venditore cresce ascoltando una persona, poi dieci, poi cento, raccogliendo il linguaggio di chi sta dall’altra parte del banco e riportandolo in cantina. A conquistarlo non sono i dettagli tecnici, è l’identità dei vini. Il lavoro insieme arriva solo più tardi, quando Andrea si avvicina ai quarant’anni e sente che l’impiego di allora ha esaurito la propria spinta. Lo racconta a Daniele durante un evento come fosse una delle tante confidenze scambiate negli anni. Daniele gli fa una proposta. Se ti va, vieni con noi. Poche parole che rappresentano fiducia, conoscenza reciproca, libertà, vita. La cosa bella è stata la carta bianca. Per uno che deve costruire una rete commerciale significa tantissimo. Se alle otto di sera sto ancora parlando con una persona che domani potrebbe credere nei nostri vini, guardare l’orologio serve a poco. Da allora si sostengono proprio dove l’altro ha più bisogno. Daniele conosce la vigna, immagina i vini, accetta il rischio della sperimentazione; Andrea attraversa ristoranti, enoteche, fiere e distribuzioni, ascolta il mercato e riporta in azienda domande concrete. Quando propone un’Alta Langa più giovane, lo fa perché distributori e clienti stanno chiedendo quel passo. Daniele dapprima ragiona, poi prende l’idea come una sfida. Quando una riserva sembra più difficile da collocare, arrivano Roma e Torino a ricordare a entrambi che un vino può aspettare anche il proprio pubblico. La loro dialettica ha la vivacità tipica di una partita: avanzano, si placcano sulle idee, proteggono la palla e cercano insieme lo spazio giusto. Serve una persona che ti dica cosa succede dall’altra parte, cosa cercano i consumatori, quale prodotto funziona e dove possiamo concentrare le energie. È Daniele a riconoscere una fiducia e Andrea la restituisce con la presenza che supera l’orario e spesso anche il ruolo. In fondo, in un’amicizia il confine fra lavoro e vita resta mobile. Hanno attraversato matrimoni, figlie, relazioni a distanza, cambiamenti e infortuni; sanno quando scherzare e quando lasciare all’altro il tempo di rimettere in ordine i pensieri. In cantina questa intesa diventa atmosfera. Il piacere di stare insieme è più forte di qualunque strategia di comunicazione. La filosofia di Daniele emerge con chiarezza quando il discorso scivola sul tempo. Mi piace vedere dove può arrivare un vino. La sua curiosità parte dalla vigna e continua in cantina, dove l’attesa diventa parte del lavoro, quasi una materia da modellare. Daniele accompagna il vino, ne osserva i cambiamenti, accetta quei passaggi in cui sembra rallentare e gli concede lo spazio necessario per trovare una voce compiuta. In un mercato sedotto dalla prontezza, questa pazienza assume il valore di una scelta precisa. L’Alta Langa Pas Dosé Riserva 2015 porta questa idea fino in fondo. Nasce da Chardonnay e Pinot Nero e rimane sui lieviti per settantanove mesi, un arco temporale che trasforma l’immediatezza del frutto in una trama più profonda. Il colore paglierino conserva una luce viva, mentre dal calice emergono crosta di pane, agrumi canditi, frutta bianca matura e mandorla tostata. Il perlage è minuto, continuo, ormai parte della materia del vino. In bocca entra con ampiezza, trova subito una vena sapida e prosegue con una verticalità che alleggerisce la struttura, lasciando affiorare il carattere asciutto del dosaggio zero. È un vino maturo e ancora vitale, capace di tenere insieme profondità e slancio, come certi giocatori che dopo anni sul campo hanno imparato a leggere la partita prima che l’azione cominci. È anche il vino che ha regalato a Daniele una felicità quasi infantile quando, al termine di una degustazione alla cieca, è arrivato un riconoscimento nazionale. Sono saltato come un bambino. Un premio così ti dice che forse qualcosa di buono lo stai combinando. Andrea conosce bene questa ostinazione e sa anche quanto sia difficile raccontare al mercato vini che chiedono ascolto. La ritrova nell’Alta Langa Pas Dosé Millesimato 2019, dove il tempo assume un significato diverso, più scattante, più convinto. Mostra l’altro volto della stessa idea. Il colore è ancora paglierino, attraversato da riflessi verdolini, mentre il perlage sale finissimo e continuo. I primi sentori sono vegetali, seguiti dalla crosta di pane, dal lime e dalla scorza di limone. La mineralità cresce nel bicchiere e prepara un sorso in cui il dosaggio zero si presenta con una spinta acida netta, sostenuta da una sapidità profonda. La bollicina diventa quasi evanescente, attraversa la bocca e la lascia pulita, elegante, delicata. Sapidità e perlage trovano un equilibrio sorprendente, un incontro tra energia e finezza che continua a tornare alla memoria anche dopo il sorso. È uno di quei vini che girano nella testa, riaffiorano, chiedono un altro assaggio per comprendere fino in fondo una profondità capace di evitare ogni pesantezza. Chi ama il dosaggio zero vi ritrova purezza, precisione e una tensione che resta viva senza irrigidirsi. Tra la Riserva 2015 e il Millesimato 2019 sembra di vedere Daniele e Andrea durante una delle loro discussioni. Il primo difende il valore dell’attesa, il secondo porta la voce di chi cerca un vino più giovane, immediato da proporre e capace di aprire nuove porte. Due tempi differenti della stessa partita. La Riserva custodisce la profondità di ciò che ha attraversato gli anni; il Millesimato possiede il passo rapido di chi avanza, vede uno spazio e decide di entrarci. Il terzo vino porta il racconto ancora più lontano. Tre Pupitres nasce dal Timorasso della vendemmia 2016, rimane ottanta mesi sui lieviti e viene sboccato nel 2024. Già il colore, paglierino molto scarico con riflessi verdognoli, suggerisce un’identità tesa e luminosa. Al naso arrivano limone, salmastro, crosta di pane, cedro, foglie di mandorlo e fieno, profumi che uniscono la natura del vitigno all’evoluzione del Metodo Classico. In bocca entra diretto come una lama, poi si allarga e lascia emergere tutta la freschezza del Timorasso. Il perlage è finissimo, il limone incide il sorso con precisione e il finale quasi amarognolo pulisce il palato, lasciandolo fresco e incredulo. La mineralità accompagna ogni passaggio. È una sensazione insolita, inaspettata, intensa e insieme delicata: una lama che attraversa il burro caldo. Tre Pupitres racconta il lato più curioso di Daniele, la sua inclinazione a prendere un’uva conosciuta per la profondità dei vini fermi e condurla verso un’espressione diversa. Dentro conserva il rigore del Timorasso, la tensione, la materia, quel carattere che emerge lentamente e chiede tempo. Il Metodo Classico gli aggiunge un movimento nuovo, una leggerezza capace di rendere ancora più evidente la parte minerale e salmastra. Più che un esercizio tecnico sembra una domanda affidata al vino: fin dove può arrivare? La risposta vive in questi tre calici. La Riserva 2015 ha la maturità di chi conosce il peso e il valore del tempo, il Millesimato 2019 porta freschezza, sapidità e una bollicina che sembra dissolversi lasciando soltanto eleganza, mentre Tre Pupitres 2016 trasforma la sperimentazione in sorpresa. Tre modi diversi di interpretare l’attesa, tenuti insieme dalla stessa inquietudine creativa e dalla complicità tra Daniele, che immagina ogni nuova strada, e Andrea, che cerca il modo migliore per farla arrivare agli altri. Queste diverse interpretazioni del Metodo Classico nascono in parte dai vigneti e in parte dalla loro indole. Daniele ama esplorare; Andrea sa che una gamma capace di attraversare espressioni, annate e tempi di affinamento differenti permette alla cantina di dialogare con pubblici diversi. I numeri restano misurati, alcune etichette sono chicche di poche bottiglie, e proprio questa scala consente di tentare. Accanto alla linea Tenute RaDe, l’esperienza commerciale della famiglia ha generato progetti su misura e cocktail a base vino, un modo concreto per sostenere l’azienda e continuare a investire nei vini che ne esprimono il volto più personale. Daniele è chiaro e concreto come non può essere altrimenti chi ha una azienda. Dobbiamo viverci di questo. Cerchiamo di far convivere la nostra filosofia, quello che ci piace, con quello che si vende. L’impresa agricola riacquista la propria verità. La poesia della vigna vive insieme alle fatture, ai collaboratori, alle annate difficili e alla necessità di costruire una base solida. Andrea lo aiuta a tenere aperta quella finestra sul mercato; Daniele protegge l’identità del vino. Nessuno dei due vince da solo, e probabilmente è questo il loro vantaggio. Quando provano a immaginarsi fra vent’anni, Andrea sceglie un’immagine semplice. Mi piacerebbe entrare in un ristorante e trovare una nostra bottiglia sul tavolo accanto. Daniele parla di linee capaci di far lavorare tutti, di una presenza più forte nella ristorazione, della serenità necessaria per viaggiare, proporre e comunicare. Nessun trofeo solitario. Ancora una volta il desiderio riguarda la squadra. Il terzo tempo, in fondo, serve anche a questo: restituire ogni impresa alla sua misura umana. Dopo la fatica, qualcuno versa da bere; dopo una discussione, arriva una battuta che rimette in ordine le distanze; dopo un’annata complicata, una bottiglia trova il proprio tavolo. Raimondo ha portato un sogno da Milano al Monferrato, Daniele gli ha dato una voce nuova, Andrea lo accompagna nel mondo con l’allegria di chi sa che lavorare insieme può ancora significare condividere la vita. La palla ovale ha smesso da tempo di rimbalzare davanti a loro. Il gioco continua fra i filari, in cantina, dentro ogni viaggio e in quelle idee che passano dall’uno all’altro prima di diventare vino. Alcune amicizie cambiano campo senza cambiare squadra. E forse la fortuna più grande è proprio questa: arrivare al proprio terzo tempo avendo ancora accanto le persone con cui si è cominciato a giocare.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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21 Ottobre, 2026

Tenuta di Capezzana. Filippo Contini Bonacossi, il Conte che non possiede la terra

  Dalle pergamene dell’804 fino alle sfide dei mercati internazionali, il racconto di Filippo Contini Bonacossi attraversa la storia di Capezzana, una delle più antiche aziende vitivinicole e olivicole d’Italia. Un viaggio tra Carmignano, biologico, famiglia, riconciliazioni e grandi vini come Villa di Capezzana, Trefiano e Ghiaie della Furba.   La terra non è nostra  Sembra una frase già sentita. La terra è in prestito. Dobbiamo averne cura. Si, senz’altro tutto vero. In genere arriva alla fine delle chiacchierate e in genere è decisamente sentita, vera, proveniente dal profondo dell’animo. Parla di rispetto per chi verrà dopo, di chi continuerà il lavoro svolto. È cosi che il vino passa in secondo piano. Non mi era però mai capitato che assumesse un significato di famiglia, ferita, riconciliazione, mercato, giovinezza, paura, futuro, olivi, biologico, figli, fratelli, memoria. Tutte queste cose insieme. La frase è di Filippo Contini Bonacossi che la pronuncia quasi senza enfasi, con naturalezza. Una sorta di stanco distacco che appartiene soltanto alle persone che pronunciano verità assimilate lentamente, un pezzo dietro l’altro. Filippo è un Conte che possiede queste terre da generazioni. Ecco, la frase suona decisamente in maniera diversa. Eppure, mi è rimasta addosso come quelle battute dei film che non sai nemmeno perché, ma continuano a tornare. Il principio non scritto di chi ha capito che “possedere“, per una tenuta come Capezzana, sarebbe un verbo troppo povero, quasi volgare. Una terra così non si possiede. Si attraversa. Si ascolta. Si governa per un tratto minuscolo di strada, sapendo che prima di te ha visto passare imperatori, papi, mercanti, contadini, famiglie nobili, guerre, vendemmie, lutti, eredità, stagioni generose e annate capaci di piegare le ginocchia.  Capezzana non comincia con Filippo e non finirà con Filippo. Non comincia nemmeno con i Contini Bonacossi. Nell’804 dopo Cristo una pergamena conservata all’Archivio di Stato di Firenze citava già vigne, boschi e oliveti sulle colline di Capezzana, mentre l’Europa provava ancora a darsi una forma sotto l’ombra carolingia. Prima ancora del marchio, prima delle etichette, prima delle guide, prima delle classifiche, quella collina aveva già scelto la propria lingua: vite, olivo, bosco, respiro.  Capezzana ha un documento che la mette come la più antica azienda di produzione vitivinicola e olivicola ancora in attività. Il resto è storia, ma non quella che resta chiusa nei libri. Storia agricola. Ostinata, concreta, meno disposta alla retorica. Nel 1716 il Bando di Cosimo III de’ Medici inserisce Carmignano tra le aree toscane più vocate al vino, anticipando di secoli l’idea moderna di tutela dell’origine. Una vera dichiarazione di identità che eleva Carmignano molto prima che il mondo imparasse a pronunciare la parola denominazione.  I Contini Bonacossi arrivano nel Novecento con Alessandro e Vittoria portando dentro Capezzana una storia che non appartiene soltanto al vino, ma anche all’arte, alla bellezza, al collezionismo, a quella borghesia aristocratica capace di trattare un dipinto come un’eredità spirituale e una vigna come un organismo vivente. Alessandro e Vittoria furono grandi collezionisti tanto che una parte fondamentale della loro raccolta è oggi nota come Donazione Contini Bonacossi, custodita agli Uffizi. Un dettaglio che spiega già molto di come i Contini Bonacossi abbiano sempre avuto a che fare con la custodia. Prima le opere d’arte. Poi la terra. Sempre qualcosa che non può essere ridotto al semplice possesso o al mero utilizzo personale. Filippo non entra però in questa storia dalla porta monumentale. Non si presenta come il Conte consapevole del proprio blasone. Non recita la parte dell’erede predestinato. Non indossa il passato come un mantello. Si, lo so, tante negazioni ma sono tutte utili a far comprendere come il racconto che mi consegna è ruvido, umano, vero. Lascia tutto, davvero tutto, da parte e si apre. Lo stemma sta chiuso in un cassetto. Quello che conta è la terra, non il blasone. È il settimo di sette fratelli, l’ultimo arrivato, quello che nella logica delle grandi famiglie di un tempo, dovrebbe osservare più che comandare. Invece il padre Ugo lo individua presto, forse per quell’energia imprenditoriale che gli riconosce, forse per una forma di intuizione paterna che appartiene alle decisioni definitive, quelle che non fanno rumore subito ma cambiano il destino di tutti.  Mio padre aveva una predilezione per me, mi vedeva più adatto alla guida, con più spirito imprenditoriale. Ma quella scelta non mi ha fatto un gran servizio. Mi ha scaricato addosso una serie di problematiche e responsabilità. Lucidità, concretezza, nessun lamento. Filippo sa di aver ricevuto un privilegio, ma ne conosce anche il prezzo nascosto. La successione, nelle famiglie, non è mai soltanto una questione di ruoli. Somiglia piuttosto a quei passaggi di Shakespeare in cui il sangue, la proprietà e l’amore finiscono per confondersi. Re Lear non è mai troppo lontano quando una famiglia deve decidere chi porterà avanti il regno, anche se il regno, questa volta, ha il profilo gentile delle colline di Carmignano.  La scelta del padre non può che creare una frattura con Vittorio, il fratello maggiore. Tecnico, vinificatore, uomo di valore. Filippo ne parla con rispetto, mai con durezza. Racconta gli anni di tensione, l’uscita di Vittorio da Capezzana, il lavoro a Trefiano, poi il ritorno, la ricucitura, la maturità che poco alla volta sostituisce l’orgoglio. Ascoltandolo è veramente il punto più commovente della sua storia. Non il successo aziendale, non la crescita sui mercati, non la modernizzazione. È la riconciliazione. Ogni azienda familiare ha una contabilità visibile e una invisibile. La prima misura fatturati, ettari, bottiglie. La seconda misura silenzi, incomprensioni, telefonate non fatte, cene difficili, abbracci rimandati.  Filippo le ha vissute entrambe ed è per questo oggi parla di Capezzana senza arroganza. La sua non è la voce di chi ha vinto una battaglia dinastica, ma quella di chi ha capito che salvare un’azienda significa anche salvare, quando possibile, le persone che l’hanno ferita e amata insieme.  Una famiglia, una villa, un vino che ha imparato a durare  Capezzana non è mai soltanto cantina. È una casa larga, piena di persone, intuizioni, sorelle, nipoti, figli, operai, vigne, olivi, mercati da aprire e mercati che si chiudono. Beatrice e Benedetta entrano spesso nel discorso non come figure laterali, ma come presenze decisive. La famiglia, oggi, porta avanti la tenuta insieme alla nuova generazione, in un passaggio che unisce quarta e quinta generazione.  Villa di Capezzana (2021) è il vino simbolo dell’azienda e ce ne accorgi quando la voce di Filippo cambia ancora. L’etichetta storica ha compiuto cento anni ha in sé qualcosa che supera la bottiglia. È uno di quei vini che non sembrano nascere per impressionare, ma per restare. Il Sangiovese gli dà la spina dorsale, il Cabernet gli aggiunge profondità, Carmignano gli offre quella singolare matrice storica nella quale l’incontro tra autoctono e “uva francisa” non è moda recente, ma memoria antica.  È il vino che ci rappresenta anche quando non lo beviamo noi. Deve essere sempre riconoscibile. Villa di Capezzana (Sangiovese, Cabernet con 50% affinato in tonneaux per 12 mesi e 50% in botte per 16) è infatti esente da effetti speciali. Si muove nel calice con passo sicuro, quasi educato, lasciando emergere ciliegia scura, arancia sanguinella, tabacco gentile, erbe aromatiche. Un soffio balsamico riporta immediatamente alle colline e una trama tannica cerca di non dominare accompagnando tutto il sorso. Sembra un vino di portamento, non di posa. Fa pensare a quelle figure che entrano in una stanza dove ci sono tante  altre persone provocando un immediato ammutolimento. Nel suo equilibrio vive forse la parte più classica di Filippo: il rispetto del nome, la consapevolezza della storia, la volontà di non tradire ciò che gli è stato consegnato.  La versione “10 anni” di Villa di Capezzana, nata dall’intuizione di Beatrice, aggiunge un elemento quasi sentimentale al racconto. Filippo spiega che mettere da parte alcune migliaia di bottiglie e riproporle dieci anni dopo serve a dimostrare la longevità del vino e a offrire alla ristorazione un’annata già matura. Ma dietro la ragione commerciale io sento qualcosa di più delicato: la scelta di concedere al vino il diritto di diventare adulto prima di essere chiamato a parlare.  Barco Reale di Carmignano DOC 2023 Il Barco Reale (Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Canaiolo con affinamento in botti di rovere per 6/8 mesi) non ha alcuna ambizione di occupare il centro della scena. La sua forza è la naturalezza, quella della dimensione quotidiana che per secoli lo ha reso essenzialmente compagno della tavola e sulla tavola. Ecco che il Barco Reale sa di buono già nel calice. Sa che se vuol essere un compagno di pasto deve accompagnare nella piacevolezza. È per questo che nel calice si apre su profumi di ciliegia croccante, melograno, lampone, petali di viola e una sottile vena speziata che non si permette mai di coprire il frutto senza. C’è luminosità, dinamismo. Vita. Il sorso ha in sé dunque sprigiona una energia tipica delle giornate di fine estate, quando le vigne sono ancora verdi e l’aria comincia ad indicare come la vendemmia sia vicina. Si beve con naturalezza grazie anche al sostegno di una freschezza che invita continuamente a tornare al calice. Dietro quella immediatezza si percepisce però il carattere di Carmignano, fatto di equilibrio, misura e profondità. Ogni elemento trova il proprio posto senza cercare protagonismi. È il vino delle tavole rumorose, delle bottiglie che si svuotano mentre la conversazione prende direzioni impreviste, delle cene alle quali nessuno aveva pensato di assegnare un orario di chiusura. Un vino che accompagna le persone anziché chiedere di essere accompagnato. Non è semplice semplicità ma la filosofia stessa che guida Capezzana da generazioni: rispettare ciò che la terra offre e raccontarlo con sincerità. Per questo il Barco Reale 2023 riesce a essere molto più di un vino d’ingresso. È il primo sorriso con cui Capezzana accoglie chi entra nella sua storia. Trefiano 2021, ovvero il fratello ritrovato  Fra tutti i vini, Trefiano (Sangiovese, Cabernet e Canaiolo affinato per 18 mesi in tonneaux) è quello che più somiglia a qualcosa nascosto, celato, non detto per anni. Nasce da Vittorio, nel 1979, come cru di Carmignano portando con sé la storia di un luogo, di una villa, di vigne dalle esposizioni e dai suoli differenti, capaci di generare un blend naturale di grande complessità.  Trefiano non può essere soltanto questo. Deve diventare il vino della ferita e del ritorno. Perché quando Filippo parla di Vittorio, occorre capire che quel vino porta dentro qualcosa che nessuna scheda tecnica potrà mai registrare. Porta dentro la distanza tra due fratelli, l’orgoglio di entrambi, il talento di Vittorio, la scelta del padre, gli anni difficili e infine la possibilità, non scontata, di ritrovarsi.  Quando lo bevo penso sempre a lui, a quegli anni. Non c’è da aggiungere altro Nel calice Trefiano ha una profondità diversa da Villa di Capezzana. Il frutto è più scuro, il passo più raccolto, la materia più introspettiva. Frutti rossi maturi, spezie dolci, liquirizia, una traccia di vaniglia e un finale persistente appartengono al suo profilo più riconoscibile. Ma oltre la descrizione tecnica, Trefiano possiede una gravità emotiva. Sembra parlare più lentamente, come chi ha atteso molto prima di dire la cosa giusta. Il tannino non aggredisce, accompagna. La speziatura non copre, ricama. Il finale resta lungo, quasi meditativo. Bevendolo, o anche soltanto raccontandolo, viene naturale pensare che alcune riconciliazioni non cancellano il passato, ma gli danno finalmente una forma sopportabile.  Ghiaie della Furba 2021, la libertà senza travestimenti  Filippo non ama il termine Super Tuscan. Lo trova antipatico. Anche io per quel che può contare. La definizione è più del mercato che dell’anima. Meglio parlare di vini in libertà così da restituire a certe bottiglie una sorta di possibilità creativa che non è imposta ma è frutto della ricerca di una strada propria,. Non per moda ma per necessità.  Sono quei vini in libertà che grandi uomini del vino hanno creato negli anni Sessanta e Settanta per rilanciare il vino di qualità toscano, tristemente noto per il fiasco. Ghiaie della Furba nasce nel 1979 da un’idea di Ugo e Vittorio Contini Bonacossi con l’intento di produrre a Carmignano un vino da uvaggio bordolese. Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah (con affinamento in barrique per 18 mesi) si incontrano in un vino di materia, volume, tannino dolce e fitto, lungo retrogusto fruttato e speziato.  Nel racconto, però, Ghiaie della Furba deve restare un vino di passo largo. Ha una complessità che è forza. Non bruta però anche se corre il rischio di ogni vino potente: dimenticare la terra da cui nasce. Nel bicchiere il rosso diventa quasi impenetrabile, il frutto vira verso mora, ribes nero, prugna, poi arrivano spezie, tabacco, cacao, una nota balsamica che impedisce alla ricchezza di farsi pesante. È un vino che potrebbe facilmente scegliere la via della muscolatura, ma preferisce la profondità. Galoppa, sì, ma non perde il sentiero.  In un certo senso, Ghiaie della Furba è il lato più imprenditoriale di Filippo. La capacità di leggere il mercato, di aprire rotte, di cercare Oriente quando l’America rallenta, di capire che un’azienda storica non sopravvive ripetendo se stessa all’infinito. La tradizione, se resta ferma, diventa una stanza chiusa. Se invece cammina, diventa destino.  Ugo Contini Bonacossi, il Sangiovese del contadino nobile Nato nel 2013, è il più giovane delle etichette di Capezzana e insieme il più personale: un Sangiovese in purezza (con 18 mesi di barrique) dedicato non a un’annata o a un cru, ma a un uomo. Nasce dalla vigna Viticciana, disegnata e piantata da Ugo Contini Bonacossi, il padre che per primo, nel dopoguerra, trasformò Capezzana da fattoria mezzadrile in azienda moderna. Fu lui a voler i filari interrotti da due strade a giropoggio, in controp­endenza, per incanalare l’acqua piovana e proteggere la terra dall’erosione e a bordarli di rose scelte e curate da lui stesso, annaffiate a mano ogni estate. In etichetta restano le sue iniziali, le stesse che faceva incidere sul proprio bicchiere personale. Ecco perché rappresentano un dettaglio che trasforma la bottiglia in un piccolo monumento privato prima ancora che in un vino da carta. Vendemmiato a mano a fine settembre e affinato diciotto mesi in barrique prima di ulteriori mesi di bottiglia, si presenta di un rosso rubino intenso, con un profumo elegante e persistente di viola mammola, tabacco Kentucky, frutta rossa e un tocco di spezie. Sembra barocco nella sua ricchezza ma è più schietto di molti altri che non lo dichiarano. Al palato il tannino è setoso, avvolgente, ben integrato, con una vena dolce che non può che ricordare quella energia solare diuna vita lunga e fiera di contadino nobile. L’ho trovato un vino rusticamente nobile che accompagna il pasto. Forse qualunque cosa ci sia sulla tavola. Vin Ruspo, l rosato, la leggerezza presa sul serio  Il Rosato di Capezzana (Sangiovese, Cabernet e Canaiolo) merita uno spazio non laterale, perché in un racconto come questo la leggerezza non va confusa con la semplicità povera. Filippo parla molto dei giovani, del prezzo del vino, della ristorazione che ha spesso trasformato la bottiglia in un oggetto intimidatorio, dei calici venduti a cifre che allontanano più che avvicinare. Parla di convivialità perduta, di nonni che compravano damigiane, di bottiglie a tavola, di pane vino e zucchero; parla di una generazione cresciuta con il vino come presenza quotidiana e di ragazzi che oggi non rifiutano il vino in sé, ma il linguaggio che troppo spesso lo circonda.  È il vino più povero e più vero che abbiamo. Bisogna raccontarlo prima che si perda anche il nome. Il rosato, allora, diventa una chiave. Non perché sia facile, ma perché può essere accessibile senza diventare banale. Nel bicchiere il Vin Ruspo sembra raffigurare il movimento: melograno, ribes, arancia rosa, una vena agrumata e un finale agile, teso, quasi salino. Non ha bisogno di essere vestito da vino estivo per avere senso. Funziona perché è come se restituisse al bere una componente di naturalezza. Quella che Filippo vorrebbe riportare al centro: un vino capace di stare vicino alle persone, non sopra di loro.  Monna Nera, la donna che apre la porta ai giovani  La storia di Monna Nera Bonaccorsi merita un romanzo. Filippo la dipinge come una figura potentissima: nel 1475, rimasta vedova, inizia a gestire la proprietà con un senso imprenditoriale sorprendente. Bello pensare che si sia scelta proprio una donna del Quattrocento per parlare ai giovani. La vera intelligenza narrativa sta in Monna Nera che dimostra come certe qualità che oggi racchiuderemmo nelle parole Vision e Leadership esistevano già quando nessuno aveva bisogno di nominarle in inglese. Una vedova che prende in mano una proprietà nel 1475 non è un dettaglio, non è scontato, non è solito. È però una dichiarazione di forza.  La linea Monna Nera nasce allora per riavvicinare le nuove generazioni al vino attraverso un racconto più semplice, prezzi più accessibili, possibilità di servizio al calice, minore distanza psicologica. Eppure, proprio in questa apparente semplicità, si intuisce una domanda enorme: come si può custodire una storia lunga dodici secoli senza trasformarla in un museo? Filippo prova a rispondere così. Con un vino che non chiede curriculum. Con una bottiglia che può stare su un tavolo di ragazzi senza pretendere riverenza. Con un nome antico e un passo nuovo.  Il biologico, un gesto d’amore Quando la conversazione scivola sul biologico, Filippo diventa un uomo di campo. Non parla per slogan, non idealizza in modo ingenuo, non nega la fatica. Nel 2023, racconta, Capezzana ha perso quasi il cinquanta per cento della produzione. La scelta biologica non è una passeggiata estetica tra fiori e farfalle. È rischio, competenza, tempestività, capacità di accettare che la natura non firmi contratti di garanzia.  La sua idea di biologico porta il discorso oltre la certificazione. Racconta la differenza tra togliere e aggiungere. L’agricoltura convenzionale, dice, spesso vive nella logica del levare: togliere erbe, togliere insetti, togliere tutto ciò che disturba. Il biologico, nella sua visione, lavora invece per riempire il sistema di ciò che è buono: sovesci, sostanza organica, insetti utili, vita.  È una differenza splendida anche fuori dalla vigna. Eliminare il fastidio, semplificare, sterilizzare, rendere tutto più controllabile. Questa è la semplicità richiesta dal progresso. Ma Filippo, al contrario, accetta la complessità. Sa che un vigneto vivo è meno obbediente, ma più espressivo. Sa che la terra, quando non viene trattata come una superficie da sfruttare, cambia colore, consistenza, voce. «Scricchiola», «Lievita.» Immagino come questa parola, lievita, sia una delle più belle che si possano usare per descrivere un suolo.  È come ti parla la terra, come scricchiola il terreno, come lievita, come cambia di colore. È un’emozione. Lievita la terra quando torna viva. Lievita un vino quando smette di essere banalmente prodotto diventando racconto. Lievita una famiglia quando riesce a superare le proprie fratture.  L’impresa, la forma di responsabilità  Filippo non è soltanto un uomo della terra. È anche un imprenditore lucido. Sarebbe un errore addolcire troppo il suo ritratto trasformandolo in un custode romantico chiuso nella contemplazione delle vigne. Lui parla di mercati, di Cina, Corea, Filippine, India, America che forse non tornerà ai numeri di un tempo. Parla della crisi della ristorazione, del calo dei consumi, della necessità di avere vini con rotazione, prezzi sostenibili, letture più immediate.  La sua sensibilità sta proprio in questo equilibrio. Da un lato il documento dell’804, dall’altro il by the glass. Da un lato Cosimo III, dall’altro TikTok. Da un lato le pergamene, dall’altro un rosso da bere fresco per avvicinare i ventenni. Qualcuno potrebbe leggerla come contraddizione. Io la leggo come intelligenza. Perché custodire non significa congelare. Custodire significa capire quali parti del passato devono rimanere intatte e quali devono trovare una lingua nuova per non morire.  Filippo ha preso un’azienda familiare e l’ha condotta attraverso decenni complicati, mantenendola in mano alla famiglia in un tempo in cui molte realtà storiche hanno cambiato proprietà. Ha sviluppato l’olio, rinnovato frantoi, investito sull’ospitalità, ampliato i mercati, creduto nel biologico, valorizzato le selezioni massali, accettato di condividere la guida con la nuova generazione. Non tutto sarà stato perfetto  Se uno tornassi indietro farebbe sicuramente qualcosa meglio. Ecco una frase che lo rende ancora più credibile. Qualora ve ne fosse bisogno. Gli uomini troppo sicuri non mi hanno mai convinto. Preferisco quelli che portano addosso qualche dubbio, qualche rimpianto, qualche esitazione trattenuta. Il dubbio, quando non diventa paralisi, è una forma alta di responsabilità.  L’uomo dietro il Conte  Alla fine, ciò che resta di Filippo Contini Bonacossi non è il titolo, il Conte o il blasone. Non è quel cognome lungo, importante, quasi cinematografico. Resta un uomo che faceva fermentare femminelle in damigiana già a dodici anni Una roba orribile Ma un orribile che offriva l’attrazione misteriosa per quel mondo.  Resta un figlio scelto dal padre troppo presto, forse troppo bruscamente. Resta un fratello che ha attraversato una frattura e ha cercato di ricucirla. Resta un imprenditore capace di leggere mercati lontani senza perdere il contatto con il colore della terra. Resta un padre che non vuole imporre ai figli la stessa investitura ricevuta. Resta un uomo che lavora oltre l’orario, finché la moglie lo chiama chiedendo se torni.  Una normalità che è bellissima. Perché la nobiltà vera, se esiste ancora, non sta nello stemma. Sta nel modo in cui una persona tratta ciò che gli è stato affidato. Una vigna. Un fratello. Un operaio. Un figlio. Un paesaggio.  Capezzana, dopo aver attraversato più di dodici secoli, continua ad avere bisogno di uomini così. Non perfetti, non monumentali, non scolpiti nel marmo. Uomini capaci di sbagliare, imparare, insistere, cambiare linguaggio, difendere una terra senza trasformarla in una reliquia. Filippo appartiene a questa categoria rara: quelli che sanno che il passato non va adorato, ma accompagnato. Con rispetto. Con fatica. Con amore.  La terra non è nostra. Ce l’abbiamo in prestito. Mi sembra quasi il contrario esatto del nostro tempo, così affamato di possesso, visibilità, dominio, prestazione. Filippo, invece, parla di prestito. Una parola mite, fragile, temporanea. Una parola che obbliga alla cura.  Forse Capezzana è proprio questo: un prestito lungo più di mille anni, passato di mano in mano, di famiglia in famiglia, di generazione in generazione. Filippo Contini Bonacossi, con le sue sicurezze e le sue inquietudini, con la sua energia e la sua cautela, con la sua capacità di fare impresa senza smettere di ascoltare il terreno, ne è oggi uno dei custodi più credibili.  Non perché abbia ereditato la storia. Ma perché ha scelto, ogni giorno, di non tradirla.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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19 Ottobre, 2026

La Guida Essenziale 2027 a Roma. I vini restano nel calice, le persone nella memoria

  Allo Spazio Novecento di Roma, la Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2027 di Daniele Cernilli diventa un pomeriggio di assaggi e incontri. Tra Toscana, Campania, Veneto, Molise e altre regioni, il racconto segue i produttori presenti ai banchi e i vini capaci di lasciare un segno.   Arrivo all’Eur con il cellulare in mano e la testa altrove. Seguo alcune persone, entro e mi presento all’accredito stampa. Cercano il mio nome, mi sorridono e sono pronti a sistemare tutto in pochi secondi. Alzo gli occhi. Bandiere, slogan, un palco. Nella sala stanno presentando un nuovo soggetto politico. Chiedo scusa, saluto e torno rapidamente in strada. L’ingresso giusto è a pochi passi. Il tappeto rosso conduce al grande salone del primo piano di Spazio Novecento. Pareti altissime, marmo, linee razionaliste, luce e respiro. L’atmosfera conserva il carattere degli altri anni. Daniele Cernilli attraversa la sala con il calice in mano. Intorno a lui si muove chi cerca una parola, una foto, un cenno di attenzione. L’immagine più bella è vederlo fermarsi davanti ai produttori. Ascolta loro e ciò che ha nel bicchiere. La guida nasce da questo gesto, ripetuto migliaia di volte: assaggiare, capire, scegliere. La Toscana occupa una parte importante della sala. Una presenza ampia, forse dominante. Altre regioni avrebbero meritato più spazio. La scelta dei banchi, però, segue presto un criterio personale: cerco i produttori. I sommelier di servizio conoscono le etichette e lavorano con cura. La voce di chi coltiva la vigna porta invece dettagli diversi. Quelli di cui mi nutro. Un’annata diventa una stagione vissuta. Una scelta tecnica porta il peso di una notte trascorsa in cantina. Una bottiglia acquista un volto. È lì che il pomeriggio può prendere ritmo. Abruzzo, il primo passo Comincio da Ciavolich. Il Trebbiano d’Abruzzo Fosso Cancelli ha energia, slancio e una sapidità che prolunga il sorso. Il Montepulciano chiamato affettuosamente “Montepulcianino” si muove sulla freschezza e su un frutto vivo. Il Montepulciano d’Abruzzo Fosso Cancelli, nato dalle vigne più antiche della tenuta di Loreto Aprutino, porta maggiore profondità, una trama più fitta e un carattere che resta impresso. Toscana, molti vini e alcune soste necessarie A Montepulciano mi fermo da La Ciarliana. Luigi Frangiosa sembra austero ma si scioglie subito così da farmi scoprire il Nobile di Montepulciano Vigna ’Scianello 2021, un vino che unisce profondità e misura per un equilibrio gustativo che merita tanta attenzione. Il Nobile di Montepulciano Pieve Cerliana poi allunga il sorso, cresce nel bicchiere e lascia una traccia precisa e, soprattutto, indelebile. Due assaggi capaci di mettere a fuoco territorio e stile. Qualcosa che sa di tanta ma tanta tradizione. A Montalcino incontro Cecilia Brandini al banco di Pietroso, l’azienda che guida con il marito Gianni Pignattai e i figli Andrea e Gloria. Scherziamo, parliamo di vigne, annate e mercati. Il Rosso di Montalcino 2024 mostra energia e succosità. Bello, vivo, scattante. Il Brunello di Montalcino 2020, nato dall’unione di più vigne, tiene insieme l’ampiezza e l’eleganza di un vero Brunello. Il Brunello di Montalcino Riserva 2020 aggiunge profondità, tanta profondità, dimostrando non solo di avere un tempo lungo davanti a sé ma anche di saper portare, sorso dopo sorso, qualcosa di intenso. A Vagliagli, nel Chianti Classico a pochi chilometri da Siena, Terra di Seta racconta l’incontro tra Maria Pellegrini e Daniele Della Seta. Lei porta una storia familiare legata al vino. Lui ha lavorato per oltre venticinque anni come biologo prima di dedicarsi interamente all’azienda. Biologia, agricoltura e tradizione confluiscono nello stesso progetto. Nei loro vini si sente un’attenzione concreta alla vigna, ai tempi e all’equilibrio. Il Chianti Classico 2024 è appena imbottigliato. Il sorso cerca ancora il proprio centro, mentre il frutto e la freschezza mostrano già la stoffa dell’annata. Il Chianti Classico Riserva 2022 cambia passo. Ha maggiore profondità, ampiezza e una struttura che chiede tempo. Assai, Chianti Classico Gran Selezione 2022 da Sangiovese in purezza, mi costringe a rallentare. Il vino possiede armonia prima ancora della potenza. Il frutto è pieno e composto. La freschezza attraversa la materia, il tannino dà forma al sorso e il finale conserva energia. Con qualche minuto nel calice emergono dettagli più sottili, tra spezie, richiami balsamici e una vena sapida. Oggi è già coinvolgente. Il tempo potrà renderlo ancora più profondo. È il genere di assaggio che finisce troppo presto e continua a lavorare nella memoria. Con Tua Rita mi sposto idealmente a Suvereto dove il responsabile commerciale dell’azienda Sergio Marchetti mi conduce nel caleidoscopio dei vitigni non sempre toscani. Il mare della Maremma sembra affiorare nella tensione dei vini. Giusto di Notri 2023 riunisce Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc con grande equilibrio. Frutto, profondità e slancio procedono insieme. Per Sempre, Syrah in purezza, evidenzia una dimensione che sa di intensità speziata  unendosi ad una mediterraneità che mi intriga davvero. Redigaffi 2023, Merlot in purezza alla sua trentesima vendemmia, chiude il percorso con la naturale autorevolezza dei grandi Merlot italiani: materia, eleganza e una persistenza che occupa il palato senza appesantirlo. La sapidità marina è l’elemento che lo rende incredibile. E unico. Prima di lasciare la Toscana assaggio il Bolgheri Superiore Grattamacco 2022 e 2023 di Grattamacco. Il 2022 segna la quarantesima vendemmia dell’etichetta simbolo della cantina. Due annate con accenti differenti e la stessa precisione. Il 2022 appare più avvolgente. Il 2023 mostra tensione e freschezza. Entrambi confermano la solidità della cantina. Umbria, Lazio e Trentino Da Scacciadiavoli lo Spumante Brut Rosé Metodo Classico da Sagrantino lascia qualche domanda che merita approfondimenti. Lo Spoleto Trebbiano Spoletino 2024 trova invece una voce più chiara: agrume, erbe, mandorla e una freschezza sapida che invita a tornare al calice. Nel Lazio, Famiglia Cotarella presenta Ferentano 2022 e Il Punto 2024, due bianchi della Tenuta Montiano. Il primo, Roscetto in purezza, conferma il carattere del vitigno attraverso struttura, maturità e tensione. Il secondo, primo Sauvignon della famiglia, gioca su immediatezza, agilità e pulizia del sorso. Il Trentino regala una delle sorprese più piacevoli con Moncalisse, la cantina delle sorelle Julia e Karoline Walch sulle pendici del Monte Calisio. Il Trentodoc Extra Brut Riserva 2019 possiede precisione, una bollicina fine e una maturità ben dosata. Il Trentodoc Montis Arcentarie Blanc de Blancs Extra Brut Riserva 2017, Chardonnay da vecchie viti, cresce a ogni sorso. Profondità, eleganza e complessità si distendono con calma. Il calice si svuota mentre l’assaggio continua a cambiare. Grandioso. Silvia Imparato e il fascino di Montevetrano La Campania mi affascina sempre. Al banco di Montevetrano incontro Silvia Imparato e mi fermo più del previsto. Silvia parla dei suoi vini come fanno tanti altri produttori. Nessuno ha però il suo charme. Può raccontare una vendemmia, una scelta in vigna o un progetto futuro e rende ogni parola credibile.
O i suoi vini sono fantastici oppure il suo fascino mi ha fatto prendere un abbaglio. La spiegazione è più semplice: le due cose convivono. Silvia ha charme, classe e una storia che merita di essere raccontata. Come i suoi vini. Ha contribuito a scrivere una pagina importante del vino italiano e porta quel percorso con una naturalezza rara.
I due Core aprono la degustazione con energia e identità: il Bianco da Fiano e Greco, il Rosso da Aglianico in purezza. Il Montevetrano 2024, da Cabernet Sauvignon, Aglianico e Merlot, è giovanissimo. La materia appare compatta, il frutto profondo, il tannino ancora saldo. Il vino lascia intuire molto e consegna soltanto una parte di ciò che saprà esprimere. Il resto appartiene al tempo. Elena Scienza e l’Amarone che invita al sorso In Veneto incontro Elena Scienza di Rubinelli Vajol. Bastano pochi minuti per desiderare una conversazione più lunga. Nei suoi racconti la Valpolicella ha il tono di casa. I vini seguono la stessa direzione e mettono al centro freschezza, nitidezza e piacere di beva.
Il Rubiní, Rosso Veronese IGT da Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara, ha nel calice ciliegia, spezia e vitalità. Il Valpolicella Classico Superiore 2023 aggiunge profondità e conserva lo stesso passo agile.
L’Amarone della Valpolicella Classico 2018 merita tempo. Ha ricchezza, frutto maturo, spezie dolci e una trama profonda. L’aspetto più affascinante è il movimento. La struttura sostiene il vino e la freschezza lo accompagna. Il sorso resta dinamico, preciso, invitante. L’appassimento nel fruttaio scavato nel tufo dona concentrazione e complessità, mentre l’equilibrio preserva la voce del territorio. Nel finale affiorano ciliegia scura, cacao, erbe e una sfumatura balsamica. Il calice richiama il sorso successivo. Per un Amarone è un risultato prezioso. Rubinelli Vajol firma un vino autorevole e vivo, capace di lasciare il segno con misura. Piemonte, il carattere dei vitigni ai margini Al banco di Tenuta Santa Caterina mi fermo sul Grignolino. Arlandino 2025 e Monferace 2021, entrambi Grignolino d’Asti, mostrano quanto questo vitigno sappia essere fine, elegante e coinvolgente. Il primo ha slancio e immediatezza. Il secondo, frutto di un lungo affinamento in botte e in bottiglia, porta maggiore profondità e una trama tannica capace di accompagnare la tavola. Il percorso piemontese continua con Castello di Gabiano. Corte, Piemonte Sauvignon, La Braja Barbera d’Asti e A Matilde Giustiniani Gabiano Riserva raccontano una gamma articolata eppure ben centrata. Il Sauvignon appare elegante e raffinato. La Barbera è viva come quelle che ricordano il Piemonte vero. Con A Matilde, che aggiunge alla Barbera una piccola parte di Freisa, appaiono in unione il frutto scuro, le spezie e una freschezza che sostiene vigorosamente la struttura. Benissimo! Molise, memoria e responsabilità Il Molise prende voce al banco di Di Majo Norante. Con Editha, moglie di Alessio Di Majo Norante, parlo della loro storia e della responsabilità che oggi deve portala a condurre, da sola, l’azienda. Le sue parole hanno la stessa intensità dei vini. Una cantina può essere impresa, eredità e promessa nello stesso momento. La Tintilia del Molise 2022 ha un carattere netto, tra frutto scuro, spezia e slancio. Don Luigi Riserva 2022, da Montepulciano, aggiunge profondità, struttura e persistenza. Due vini che acquistano un peso diverso dopo aver ascoltato la persona che li custodisce. La storia di Editha merita un incontro dedicato.   Marche, freschezza sul finale La giornata si chiude da Tenuta Cocci Grifoni. Notturna, Offida Passerina 2025, ha un passo luminoso, agrumato e floreale. Colle Vecchio, Offida Pecorino 2025, aggiunge erbe aromatiche, frutto giallo e una sapidità decisa. Due vini immediati e territoriali. Una chiusura piena di gusto.
Il potenziale prima del traguardo La Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2027 offre molti spunti e altrettanti indirizzi da approfondire. Alcuni vini apparivano già compiuti. Altri sembravano custodire un potenziale ancora da raccogliere, destinato a emergere con qualche mese o qualche anno in bottiglia. Qui si misura il lavoro di Daniele Cernilli e del suo staff: leggere un vino nel presente e riconoscere la direzione che potrà prendere. La selezione diventa così una mappa aperta, utile anche quando invita al dissenso o alla verifica personale. Torno a casa con molti appunti, alcune visite da programmare e storie che chiedono spazio. Maria e Daniele, Cecilia, Silvia, Elena, Editha. I vini restano nel calice per pochi minuti. Le persone continuano a parlarci molto più a lungo. Una presenza più ampia dei produttori avrebbe reso la giornata ancora più ricca. Sarà per il prossimo anno.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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16 Ottobre, 2026

Cave Monaja. Chul Kyu o Andrea Peloso: il custode coreano delle radici valdostane

  Un volto coreano, un’anima profondamente valdostana e vigne antiche aggrappate alla montagna. Andrea Peloso ha trasformato Cave Monaja in un luogo nel quale radici lontane, piccoli appezzamenti abbandonati e vitigni autoctoni tornano a vivere insieme. I suoi vini nascono dal tempo, dalla fatica e dalla memoria: assaggiarli significa entrare in una Valle d’Aosta intima e ostinata, lasciandosi guidare da un uomo che ha scelto di appartenere alla terra prendendosene cura.   Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
Cesare Pavese, La luna e i falò Cave. In latino è un imperativo: fermati, stai attento, guarda. Gli antichi romani lo incidevano sulle soglie di casa accanto all’immagine del cane da guardia. Era un monito per i distratti. Cave canem. In italiano è lo spazio scavato nella roccia, il luogo dove la materia si trasforma, dove il silenzio ha spessore e la temperatura obbedisce solo alla montagna. Una cella, un segreto, qualcosa che non si rivela senza impegno. Infine, in francese, è la cantina. Il luogo dove si produce o si custodisce il vino. La Valle d’Aosta è il crocevia dell’Italia verso la Svizzera francese e la Francia. Un luogo attraversato nei secoli a partire dai romani. Cave Monaja è tutte queste cose insieme: un avvertimento e un rifugio, una soglia e un ventre, una azienda che produce vino in una regione poco nota magari perché troppo lontana.  Monaja è il cognome del nonno materno, l’uomo che per Andrea Peloso, nome italiano, nome della quotidianità, è stato radice, bussola, orizzonte. Cave Monaja vuol dire: entra in questo spazio. Fallo sapendo da dove viene. Chul Kyu, nome nome coreano che i genitori adottivi hanno conservato con la discrezione delle persone perbene, arriva in Valle d’Aosta che ha tredici mesi. Viene da Seoul. Viene da un altro emisfero, dove i caratteri si scrivono diversamente e il paesaggio dell’infanzia non ha niente a che fare con le creste delle Alpi. È però in Valle d’Aosta che diventa se stesso. Pavese aveva capito e raccontato che il rapporto tra un uomo e il suo paese non è una questione di sangue. È una questione di tempo, di fedeltà, di cose che si imparano respirando. Ma anche di integrazione. Quella che oggi faticosamente ricerchiamo nelle generazioni di immigrati arrivati in Italia e troppo spesso lasciati ai margini. Anguilla, il protagonista de La luna e i falò, torna al paese d’infanzia dopo anni di lontananza e scopre che quella terra lo tiene ancora, che l’appartenenza non si cancella. Si aspetta, paziente, come le radici sotto la neve.  Quando ascolto Andrea parlare della Valle d’Aosta non colgo in nessun istante la nostalgia di chi è partito. C’è solo la certezza di chi ha scelto di restare. Chul Kyu, ovvero Andrea: la doppia origine come forza In Corea, i nomi tradizionali trovano radici nei caratteri cinesi e dalla loro combinazione si può trarre un significato, quasi un destino suggerito a chi lo porta. Andrea non conosce con precisione i caratteri originari Sono cresciuto qui. La Corea la conoscono meglio i ragazzi di adesso che vanno pazzi per il K-pop È l’ironia leggera che Andrea usa spesso, come scudo e dono insieme. Conosce quello che quei caratteri, tradotti in gesti quotidiani, hanno prodotto: un uomo che ragiona in modo concreto, che non si perde nelle ideologie, che alle scelte arriva con metodo. Persino nell’adolescenza, quando si trattò di scegliere l’indirizzo scolastico, Mi feci semplicemente una tabellina: per ogni indirizzo scolastico riportavo le ore di studio e le ore di pratica. Agraria prometteva più pratica e meno teoria. Non fu così, naturalmente. Ma intanto aveva scelto. La sua storia è fatta di quel modo di costruirsi un destino attraverso scelte pragmatiche che nascondono, sotto la superficie razionale, una vocazione molto più profonda. Un uomo che guarda allo specchio e vede un volto coreano sentendo dentro i suoni, i ritmi, i sapori di una cultura alpina. Questa tensione, invece di spezzarlo, lo ha reso più solido di molti che non hanno mai dovuto interrogarsi su chi sono.  Mi spaccio per un coreano, ma alla fine sono più valdostano di tanti altri. Ecco la sua filosofia. Quella che raffigura come l’identità non sia un dato biologico ma una costruzione continua fatta di luoghi, di persone, di abitudini, di radici che si scelgono ogni giorno anche senza sapere di sceglierle. Si è italiani per diritto di sangue oppure perché si è vissuto così tanto nel nostro paese da averne assimilato a pieno ogni tratto? Che meraviglia la moltitudine di razze che portano parte della loro cultura per assimilarne tanto della nostra. Contaminazione positiva. Fusione e arricchimento.  Andrea racconta di un amico, adottato in Corea e cresciuto a Reggio Calabria. Quando apre la bocca parla con il classico calabrese stretto.  Ci sono rimasto di sasso. È una storia bellissima e non è solo qualcosa da raccontare a cena. È la prova provata che l’appartenenza ha poco a che fare con i cromosomi e molto con il dialetto che ti viene spontaneo, con il modo in cui si taglia il pane, con la montagna che vedi ogni mattina dalla finestra. Certo, tutto ciò devi volerlo. Devi staccarti da quello che rappresenta le tue origini, senza perderle mai, è compenetrarti nei luoghi dove ti trovi. Questa è vera integrazione. La scuola dei Canonici e la formazione silenziosa di un vignaiolo Per capire Cave Monaja bisogna capire Andrea e per capire Andrea bisogna fermarsi su quella prima scuola. Quella che lo ha formato nel profondo: l’Istituto Agricolo della Valle d’Aosta gestito dai Canonici del Gran San Bernardo. Un ordine religioso noto ai più per i cani che salvavano i viandanti sulle Alpi in tempesta, ma celebre nell’istruzione valdostana per un rigore che oggi farebbe sobbalzare qualsiasi genitore di buona volontà. Eravamo in 55 in prima. In seconda eravamo 25 Selezione vera. Una struttura dove il convitto era obbligatorio anche se abitavi a cinque minuti a piedi, dove gli orari erano quelli di un monastero, dove il linguaggio doveva essere appropriato in ogni circostanza.  Quasi meglio fare il militare. È una delle scuole che mi ha segnato di più. Mi ha permesso di diventare quello che sono. Una formazione severa, metodica, fondata sul senso di responsabilità individuale. Una formazione che si riversa oggi in ogni scelta che applica in azienda, nella precisione con cui organizza i passaggi in vigna, nella pazienza con cui aspetta che le vigne abbandonate riprendano vigore, nel rigore con cui costruisce la sua presenza sul mercato. I Canonici del Gran San Bernardo, volenti o nolenti, hanno contribuito a formare uno dei vignaioli più interessanti della Valle d’Aosta. Da lì, la Langa. La scuola di Alba. Il professor Rissone che lo nota e gli trova lavoro prima ancora che finisca gli studi. Le prime esperienze tra i grandi vini piemontesi come Barolo e Barbaresco e poi, per contrasto, il lavoro in un’azienda industriale orientata all’export di Moscato.  Ebbi modo di vedere le due realtà, che sebbene facessero parte del mondo del vino erano completamente diverse. È lì che capisce cosa vuole fare. Non il volume. Non la convenienza. La qualità, quella che lascia traccia. Il ritorno e la vigna dell’amica: come nasce un’azienda per caso (ma non troppo) Le cose grandi non nascono quasi mai da un piano preciso. Quasi sempre da un gesto piccolo, apparentemente casuale, che poi si espande come fanno i cerchi sull’acqua. Cave Monaja nasce così: da una vigna abbandonata, da un nonno anziano che non ce la fa più, da un’amica che chiede un favore. Qualsiasi cosa fai è comunque meglio di niente. Una frase che è il vero punto di partenza di tutto. Andrea inizia a occuparsi di quella vigna nei ritagli di tempo. Il passaparola fa il resto: nel giro di una stagione, da trecento-quattrocento metri quadri si ritrova a gestirne oltre tremila.  Ho iniziato a fare delle riflessioni, perché altrimenti si rischiava di iscriversi agli Alcolisti Anonimi. La sua è una battuta che vale come una confessione. Il lavoro in vigna a tempo perso produce vino che non si vende. Divertente ma poi che ce ne si fa? Nel 2018 decide e formalizza tutto. Affitta dei locali, procura le attrezzature, crea un’identità aziendale. Cave Monaja. Il nonno, le cave come metafora di tutto ciò che si trova solo scavando in profondità, la cantina. Quello che rende straordinario questo percorso è una scelta che la maggior parte degli imprenditori del vino non farebbe mai: Andrea non ha volontà di possedere la terra. Tutte le vigne sono in gestione, nessuna in proprietà.  Quello che ho sempre voluto fare è fungere da custode. Custode: parola antica, dal latino custos, il guardiano, il protettore. Chi custodisce qualcosa sa che non gli appartiene, ma se ne prende cura come se fosse suo. Forse di più. La Valle d’Aosta, la viticoltura eroica e un mosaico di 140 metri quadri Due ettari e mezzo. Trenta appezzamenti. Nove comuni. Il più piccolo misura 140 metri quadri.  Quando parlo con qualcuno e dico due ettari e mezzo, pensano alle colline distese, alle file ordinate. Invece è un puzzle. La Valle d’Aosta è la regione vinicola più piccola d’Italia per superficie, ma è anche una delle più antiche, delle più ostinate, delle più cariche di storia silenziosa. Qui la vite si coltiva aggrappata alle pendici delle Alpi a quote che vanno dai 400 ai 1200 metri, in condizioni che altrove sarebbero impensabili. Si chiama viticoltura eroica, e il nome non è retorica: è una categoria codificata dal CERVIM, che la definisce tale su pendii oltre il 30%, su terrazzamenti, a quote elevate, su piccole superfici frammentate. Esattamente quello che fa Andrea ogni giorno, tra un comune e l’altro, salendo e scendendo sentieri che una volta erano l’unica via. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, descrisse le vigne alpine come prodigi della tenacia umana. Non è cambiato granché. I contadini di queste montagne hanno sempre saputo che la vigna in quota non si coltiva per convenienza: si coltiva per fedeltà, per memoria, per quella cosa difficile da spiegare che si chiama appartenenza. Andrea governa questo mosaico con una logica che, senza enfasi, definirei filosofica. Le vigne vecchie hanno sessanta, ottant’anni. Ospitano un mix di vitigni autoctoni che nessuno ha mai separato, perché non c’era motivo di farlo: erano vigne per uso familiare, per il calice a tavola, non per l’etichetta commerciale.  Non siamo in un contesto come la Toscana o il Piemonte, dove i vitigni sono fortemente identitari. Qui sono vini nati in un contesto di montagna, legati a varietà del territorio che oggi iniziamo a far conoscere, ma che un tempo erano semplicemente quel mix che contribuiva ad avere un buon calice sul tavolo. In Valle d’Aosta la terra veniva divisa tra tutti i figli eredi. Ognuno doveva avere il suo fazzoletto di terra per sussistenza. Coltivare non per vendere ma per sopravvivere. In montagna, la vita è difficile e la sussistenza diventa, in molti casi, sopravvivenza che solo i beni della terra può assicurare. Il blend impossibile: raccogliere per maturazione, non per vitigno In un vigneto convenzionale, si vendemmia per vitigno: si raccoglie lo Chardonnay quando è maturo lo Chardonnay, il Pinot Nero quando è maturo il Pinot Nero. Ma nelle vigne di Andrea, piantate dai nonni dei nonni senza logica commerciale e con la sola bussola del gusto familiare, i vitigni sono mescolati, distribuiti senza separazione. Una pianta di Blanc de Morgex accanto a una di Petit Rouge accanto a una di Muscat. Non è un puzzle perché il risultato non è una immagine da scoprire. Semmai è una sorta di enciclopedia viva, di racconto di barbatelle prese da altri contadini e arrivate li chissà da dove e da chi. Come si vendemmia un sistema del genere?  Faccio due o tre passaggi per ogni appezzamento, cercando di convogliare le epoche di maturazione. Ciò significa che Andrea entra in vigna più volte, raccoglie le uve mature in quel momento, indipendentemente dal vitigno e le unisce. Il blend non nasce in cantina ma in campo, attraverso il tempo e il lavoro. Le sei etichette nascono dalle quote altimetriche, dalle esposizioni, dalle età delle piante: non dal vitigno, ma dal luogo e dal momento. È un metodo antico, rispettoso, profondamente logico. Così produce vini che non assomigliano a niente di ciò che siamo abituati a etichettare. Un approccio che accetta la realtà nella sua complessità invece di semplificarla per convenienza. L’approccio che indica, con una filosofia quasi Zen, che la natura non si divide in categorie rigide ma va accettata, assolta nel suo tempo. Sono cresciuto qui, la cultura coreana la conosco poco.  Certe disposizioni interiori abitano le persone indipendentemente da dove le hanno imparate.  Va bene la filosofia, vanno bene i principi ma Andrea è sempre solo. A dividersi nei suoi svariati appezzamenti in pendenza dove entrare vuol dire scalare. La pergola di tre secoli e la storia che aspettava di essere trovata Fine Seicento. Luigi XIV governa la Francia, Newton sta elaborando i Principia Mathematica, Vivaldi non ha ancora diciotto anni. In qualche angolo della Valle d’Aosta, qualcuno pianta una pergola di Petit Rouge che ancora oggi dà uva. Questa pianta, più di trecento anni, radici che hanno attraversato guerre, pestilenze, rivoluzioni, industrializzazione, cambiamento climatico, è oggi sotto la cura di Andrea Peloso. È stata lei, ma solo in parte, a dargli la visibilità che meritava: Geo&Geo lo ha invitato, Rai 3 ha parlato di Cave Monaja, La Repubblica ha scritto di questa vigna straordinaria, l’allora ministro Martina lo ha citato su RTL. Una vigna diventata voce, ambasciatrice di un intero territorio. La storia riconosce, in chi sa ascoltarla, un interlocutore degno. Un vignaiolo che prende in cura qualcosa di antico, e quell’antico lo introduce al mondo: è uno scambio che ha la logica delle cose vere, quelle che resistono al tempo non per caso ma perché qualcuno ha avuto la pazienza di custodirle. Il sarto e il vino: costruire l’identità con ciò che si ha Ho cercato di fare un po’ quello che fa un sarto. Una metafora che descrive il suo approccio creativo. Il sarto non sceglie i tessuti dal nulla: guarda la persona davanti a lui, ne capisce le proporzioni, le esigenze, il carattere. Poi prende i materiali che ha e solo quelli: la seta, il lino, il cotone per unirli in qualcosa che quella persona non sapeva di volere ma che, indossandolo, riconosce come proprio. Cave Monaja conta sei etichette. Ognuna nasce da un’idea precisa, da un gruppo di vigne specifico, da un approccio diverso alla cantina. Le vigne più vecchie, quelle con i vitigni autoctoni in campo misto, vanno verso i vini più tradizionali: affinamento in botti di legno esausto. Non nuovo, non barriques aromatizzanti, ma botti rigenerate, piallate, private dei residui dei passaggi precedenti. L’interazione con il legno è solo microossigenazione, non invasione. Una scelta tecnica ispirata, dichiaratamente, al nonno.  Il contenitore per antonomasia era la botte. Così si faceva un tempo. Mi piace parlare di criteri di buon senso. Mio nonno non si preoccupava di essere biologico o biodinamico. Si preoccupava che ogni scelta avesse un senso. Una frase che incornicerei per farla leggere ai tromboni del vino. A quelli che se non c’è una certificazione neanche degnano di uno sguardo. Quanto mi piacerebbe che si tornasse al buon senso. Anche perché, parlano sempre di territorio, ritorno alle origini, alle tradizioni, ai nonni. Però dimenticano che i nonni nemmeno avevano una etichetta da apporre alla bottiglia. Figuriamoci una certificazione!   I Vini di Cave Monaja Monaja300. Vallée d’Aoste AOC Rouge Petit Rouge 40%, Fumin 30%, Vien de Nus 30%. Produzione limitata a trecento bottiglie annue. Fermentazione in acciaio con lieviti indigeni, macerazione post fermentativa di tre/quattro settimane, affinamento per 24 mesi in barrique di rovere francese e altri 12 mesi in bottiglia. Trecento bottiglie, quanti gli anni della vite monumentale di Farys. Una pergola sopravvissuta agli uomini che l’hanno piantata, alle case rimaste vuote, agli inverni capaci di cancellare ogni sentiero. È ancora lì, aggrappata alla montagna, con le radici protese verso una profondità che appartiene alla memoria. Nel bicchiere il rubino ha il colore della sera quando le ombre risalgono lentamente la valle. Il profumo si apre sull’amarena, sulla confettura di frutti di bosco e sulla mora, avvolte da liquirizia, cioccolato e spezie. Ogni aroma sembra portare con sé una stagione lontana, una mano sul tronco, una voce perduta tra le pietre. Il sorso ha la gravità delle cose attraversate dal tempo. La materia avvolge il palato, il tannino ne disegna la struttura, la freschezza apre un passaggio e conduce verso una persistenza profonda. Rimangono il frutto scuro, la spezia, il calore del legno e una sensazione terrestre che sembra provenire direttamente dalle radici. Monaja300 contiene molto più di una vendemmia. Custodisce tutto ciò che quella vite ha visto e continua a trattenere in silenzio. Berlo significa avvicinarsi a tre secoli di vita e sentirli ancora pulsare dentro un grappolo. Foehn. Vallée d’Aoste AOC Rouge Fumin 40%, Petit Rouge 30%, Vien de Nus 30%. Vecchie vigne di sessanta/settant’anni, poste tra i cinquecento e i settecento metri. Fermentazione in acciaio con lieviti indigeni, affinamento per 18 mesi in tonneaux di rovere francese e ulteriori 12 mesi in bottiglia. Il föhn arriva quando la montagna decide di cambiare il cielo. Scende caldo, attraversa la valle e porta via le nuvole. Le cime riappaiono vicine, precise, quasi potessero essere raggiunte allungando una mano. Andrea ha dato il nome di quel vento al suo primo vino. Sembra una scelta voluta per raccontare il momento esatto in cui quella intuizione di vigne disperse ha finalmente trovato una direzione. Il rubino intenso conserva riflessi violacei. Nel profumo si incontrano frutti di bosco, confettura, frutta secca, caffè e una sfumatura di cocco. Il Fumin offre profondità, il Petit Rouge porta energia, il Vien de Nus cuce le sensazioni in una trama fluida e coerente. Il sorso riempie la bocca con calore, mentre i tannini setosi accompagnano il frutto maturo. La freschezza percorre la materia e restituisce equilibrio. In fondo rimane una dolcezza scura, vicina alla confettura, insieme alla memoria delle spezie e del legno. Foehn parla di quei momenti rari in cui tutto diventa improvvisamente chiaro. Il paesaggio resta lo stesso, eppure lo sguardo lo riconosce per la prima volta. La strada era già lì. Serviva soltanto un vento capace di liberarla. Stau. Vallée d’Aoste AOC Blanc
Chardonnay 60%, Muscat 20%, Traminer 20%. Macerazione sulle bucce per 24/36 ore, fermentazione in acciaio e invecchiamento per 12 mesi in barrique di rovere francese. Vigne situate tra i seicento e i mille metri. Lo stau è l’aria che risale la montagna e si ferma davanti alla sua grandezza. Si addensa, raccoglie umidità, trattiene la pioggia. Il cielo si abbassa e la valle entra in una quiete carica di attesa. Nel calice il giallo paglierino si accende di riflessi dorati. I fiori bianchi e la zagara emergono con delicatezza, seguiti da una sfumatura di vaniglia. Il Muscat allarga il profumo, il Traminer aggiunge una vibrazione aromatica, lo Chardonnay sostiene l’insieme con pienezza. In bocca il vino entra ricco e morbido. La freschezza cresce nel cuore del sorso e ne solleva la materia, mentre la sapidità porta il pensiero verso la roccia e le vigne coltivate in quota. Il finale rimane sospeso tra il calore del frutto e il respiro freddo della montagna. Stau racchiude l’emozione dell’istante che precede la pioggia, quando ogni suono sembra allontanarsi e il paesaggio trattiene il fiato. È una promessa direi sospesa, intensa proprio perché attende di compiersi. Sélection Monaja. Vallée d’Aoste AOC Rouge Fumin 40%, Petit Rouge 40%, Vien de Nus 20%. Vigna familiare di sessanta-settant’anni situata ad Aosta, a 650 metri. Fermentazione in acciaio con lieviti indigeni, macerazione post-fermentativa di tre-quattro settimane, affinamento in acciaio e almeno 12 mesi in bottiglia. La vigna da cui nasce Selection Monaja appartiene alla famiglia. Tra i filari crescono ciliegi, peri e fichi, come accadeva nei piccoli appezzamenti destinati a nutrire una casa prima ancora che a produrre un’etichetta. Sembra che ogni pianta conservi un posto, una funzione, una memoria. Sta li perché qualcuno l’ha piantata per essere proprio li. Il rubino intenso introduce la ciliegia matura, la confettura e i frutti di bosco. Il Fumin scende in profondità, il Petit Rouge accende il frutto, il Vien de Nus porta respiro. L’acciaio lascia emergere questa armonia con chiarezza, mantenendo viva l’impronta della vigna. Il sorso possiede corpo, energia e una freschezza capace di attraversare la materia. Il tannino accompagna con fermezza, il frutto si distende e il finale lascia una traccia lunga, scura, profondamente vitale. Selection Monaja racconta ciò che accade quando un’eredità viene accolta con cura. La terra passa da una generazione all’altra attraverso gesti ripetuti, nomi pronunciati a tavola, alberi piantati da qualcuno che forse immaginava già il futuro. Andrea raccoglie quella voce e la porta nel presente, lasciandole la stessa inflessione familiare. Prêt à Boire Rouge Pinot Noir 40%, Syrah 30%, Petit Rouge 20% e piccole percentuali di altri vitigni a bacca rossa. Produzione di 788 bottiglie. Fermentazione in acciaio con lieviti selezionati autoctoni, breve macerazione prefermentativa, fermentazione alcolica di otto-dieci giorni, fermentazione malolattica sulle bucce e affinamento sulle fecce fini per circa cento giorni nel vaso ovoidale di cemento Nomblot. Il rubino è intenso e profondo, con una consistenza visiva che anticipa la pienezza del sorso. Mora e ciliegia emergono subito, seguite dall’arancia rossa, da una sfumatura ematica e da un respiro balsamico che amplia ogni sensazione. Arriva anche il pomodoro maturo, succoso, ancora caldo di sole. Una morbida carezza di vaniglia completa il quadro aromatico, pur in assenza di legno. Questo vino porta dentro una casa di montagna. Un camino acceso, la tovaglia a quadri, il pane tagliato in fette spesse. Fuori il freddo stringe le finestre. Dentro le voci si sovrappongono, i piatti passano da una mano all’altra e il calore appartiene alle persone prima ancora che al fuoco. Il sorso entra fresco e asciutto, trova tannini levigati e si distende in una materia succosa, quasi palpabile. La ciliegia ritorna insieme alla polpa del pomodoro e alla mora. La morbidezza avvolge la bocca, quindi cede lentamente il passo a una freschezza crescente. La sapidità affiora nel finale e lascia una traccia minerale capace di prolungare l’esperienza. Il Pinot Noir porta luce, la Syrah calore e profondità, il Petit Rouge imprime l’accento valdostano. Nel cemento ovoidale queste voci si incontrano e trovano una forma comune, mantenendo ciascuna il proprio colore. Prêt à Boire Rouge possiede la complessità delle emozioni familiari. Sembra semplice perché arriva senza distanza, con la naturalezza di qualcosa che conosciamo da sempre. Eppure continua a cambiare nel bicchiere, passando dal frutto alla terra, dal calore alla freschezza, dalla morbidezza alla vibrazione minerale. Alla fine resta la ciliegia. Resta una lieve patina sul palato. Soprattutto, resta quella casa immaginata davanti al fuoco, con un posto ancora libero a tavola e qualcuno che sta versando il vino. Funambule Brut Nature 30 mesi sui lieviti. 40% Malvoisie de Nus, 30% Muscat, 20% Traminer con piccole percentuali di Chardonnay e Petite Arvine. Funambule cammina su un filo e il nome non può che rendergli rende giustizia procedendo leggero, quasi sospeso, senza mai perdere la direzione. Il perlage è finissimo, delicato, lontano da qualsiasi aggressività. Sale nel bicchiere discretamente, come la neve che inizia a posarsi sui tetti. Al naso si muove tra mela cotta, albicocca matura, agrumi canditi e una sfumatura di burro che racconta il lungo riposo sui lieviti. Emergono poi ricordi di cannella, mosto cotto e una nota alcolica appena percettibile che ne amplifica la profondità aromatica. Il sorso sorprende per la pulizia. Le bollicine accompagnano senza invadere, lasciando spazio a una freschezza vibrante che attraversa tutto il palato. La mineralità è protagonista e alimenta una salivazione continua, quasi compulsiva, che invita immediatamente al sorso successivo. Il percorso gustativo non è lineare, ed è proprio qui che risiede il suo fascino: l’ingresso mostra una leggera sfumatura amaricante che apre la strada a una progressiva esplosione di limone, sapidità e tensione. Il gusto si allarga sulla lingua, cresce, si espande. La profondità è il suo tratto più personale. Non richiama la freschezza estiva o la leggerezza di una terrazza assolata. Evoca piuttosto il calore raccolto di una baita alpina mentre fuori l’aria si raffredda. Un calore silenzioso, avvolgente, che nasce dalla pietra, dal legno e dal tempo. Funambule è uno spumante intenso e contemplativo. Un vino che non si limita a rinfrescare il palato ma invita a rallentare, fermarsi e ascoltare quello che ha da raccontare. Come le migliori storie di montagna, continua a parlare anche dopo l’ultimo sorso. La strategia: alta ristorazione, stampa, e la cura del racconto Cinquemila, seimila bottiglie l’anno. Un’azienda minuscola per il mercato. Una boutique. Eppure Cave Monaja è in carta da Vittorio, tre stelle Michelin, Cantalupa e da Enrico Bartolini al Mudec di Milano. Non per caso. Ho capito che se non riesci a far percepire il valore di quello che fai, difficilmente riesci a valorizzare l’impegno profuso. Ufficio stampa a Milano, degustazioni con giornalisti almeno due volte l’anno, presenza mirata nell’alta ristorazione. Non per snobismo, ma per necessità: in quei contesti un sommelier ha il tempo e le competenze per raccontare il vino a tavola. Il vino di Andrea ha bisogno di essere raccontato, perché è fatto di dettagli che non si leggono in etichetta. Il cliente importante cerca esperienze e vuole prodotti che possano trasmettere, comunicare, raccontare storie. Concordo senza riserve. Anche io, nelle serate che organizzo, ho visto come le persone non vogliano solo bere: vogliono sapere. Vogliono ascoltare come dietro una bottiglia ci sia una storia e come questa cambi il modo con cui il vino entra nel palato. Il vino è la più narrativa delle bevande e non è un caso che ci abbia costruito intorno un modo intero di fare giornalismo. Slow Food Corea e il cerchio che si chiude Andrea racconta come Slow Food Corea lo abbia contattato e invitato a presentare l’azienda. In quel contatto, in quella terra d’origine che tende la mano, ha trovato una strana specularità che non si aspettava.  Mi sono reso conto che aver creato un’azienda che valorizzasse un’identità territoriale, che si fondasse sulla storia del prodotto in un determinato contesto… per certi versi mi è sembrato di poter pensare che avesse una qualche attinenza col voler dar valore a quello che è la storia di ciascuno di noi. Un’azienda che recupera vigne abbandonate, che custodisce varietà autoctone dimenticate, che difende la memoria agricola di un territorio. Un uomo che porta nel volto una storia e nella voce un’altra. Cave Monaja e Chul Kyu: due storie di radici salvate dall’oblio, due modi diversi di dire che niente va perduto se qualcuno si prende la briga di ricordare. Il consolato coreano, con cui Andrea mantiene i contatti attraverso l’associazione di adottati che ha presieduto, propone i suoi vini ai genitori coreani in visita. Un vino della Valle d’Aosta, figlio di vitigni autoctoni alpini, offerto come ponte tra due mondi. Proprio come il simbolo in etichetta: la lettera iniziale del nome coreano, scritta in hangul, affiancata al nome di una cantina valdostana. Due alfabeti. Un’identità sola. Il futuro di Cave Monaja: seduto a tavola, con calma Chiudi gli occhi e riaprili tra vent’anni. Cosa vedi Andrea? Spero di essere seduto a tavola davanti a un cliente importante. Chiarezza di chi sa quello che vuole. Di chi desidera che Cave Monaja cresca quanto basti per avere qualcuno che si possa occupare della vigna così da potersi dedicare alla cantina, alla comunicazione, ai clienti. Vuole girare, raccontare, stare in quei contesti dove il vino non è solo qualcosa da bere ma qualcosa da raccontare, da spiegare. Da vivere. L’annata 2025 è stata ottima. Le vigne si stanno riprendendo. Le bottiglie stanno aumentando. Il grafico fiorentino che arriva dalla moda capisce l’estetica. Il simbolo coreano in etichetta racconta più di mille didascalie. Il custode valdostano con gli occhi a mandorla sale ogni mattina su appezzamenti di 140 metri quadri sparsi su nove comuni. Controlla i tralci. Ascolta la vigna. Decide quando vendemmiare. Cave, dicevano i romani. Fermati. Guarda. Questo merita attenzione. Aveva ragione, come sempre, la lingua di chi sapeva di fare le cose per rimanere.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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14 Ottobre, 2026

Ritorno in Alta Langa. La terra che Marina voleva lasciare ai figli 

  Marina Piazzo conosceva San Bovo di Castino attraverso i racconti del padre Armando. Ha cercato quella terra per consegnare ai figli un luogo nel quale riconoscere le proprie origini. Ritorno in Alta Langa è il nome del Metodo Classico Brut Millesimato di Piazzo Comm. Armando e del viaggio familiare che lo ha fatto nascere.   Le storie che ascoltavo da bambino  Da bambino mi piaceva ascoltare gli adulti parlare dei luoghi che avevano lasciato. Bastava il nome di un paese, una strada in salita, una casa con la cucina accesa e qualcosa cambiava nei loro occhi. Io provavo a immaginare quei posti e, dopo un po’, mi sembrava quasi di conoscerli. Ho conosciuto molti luoghi prima negli occhi e nei racconti dei nonni, poi li ho ritrovati andandoci con loro, infine li ho visti con luce diversa quando sono tornato da solo. Forse è per questo che ho trovato subito qualcosa di familiare nelle parole di Marina Piazzo, titolare dell’azienda Piazzo Comm. Armando.  San Bovo di Castino era entrato nella sua vita attraverso la voce del padre Armando. Marina conosceva il carro, la legna, il bisnonno e la vecchia cascina pur non avendo frequentato quei luoghi. Li aveva ascoltati tante volte da sentirli propri.  Io volevo un pezzo a San Bovo. Lo dicevo da anni. Volevo qualcosa che mi tenesse legata alle nostre origini.  La voce si abbassa e gli occhi si illuminano. Marina parla con il viso, con le mani, perfino con le pause. La forza arriva subito, la dolcezza un attimo dopo.  Cercava una terra capace di dare un luogo ai racconti del padre. Voleva raggiungerla, camminarci sopra e lasciarla ai figli, perché anche loro conoscessero il punto dal quale la famiglia era partita.  Il vino sarebbe arrivato dopo, trasformando quel desiderio in Ritorno in Alta Langa, il Metodo Classico Brut Millesimato della famiglia Piazzo La parola che riportava a San Bovo  Le origini dei Piazzo conducono a San Bovo di Castino. Il bisnonno commerciava legna e, quando qualcuno gli chiedeva quanta ne avesse ancora, rispondeva di avere soltanto un mugiot, un piccolo mucchio in piemontese. Una cautela da commerciante, forse accompagnata da un sorriso appena trattenuto. (I mucchietti sono anche nell’articolo che avevo scritto sull’azienda Piazzo e che trovi qui) Un parola che rimase in famiglia dopo il trasferimento verso San Rocco Seno d’Elvio.  Armando ricordava i viaggi compiuti da bambino con il carro trainato dai buoi, mentre la legna scendeva da San Bovo. Volle quell’immagine sulle etichette dell’azienda. Il carro dei Piazzo conserva il passo degli animali, il profumo del bosco e un bambino in viaggio con la propria famiglia.  Papà parlava del Mugiot, di San Bovo, di questo andare e tornare. Lui aveva dei ricordi. Io ho ricevuto i suoi.  Marina aveva imparato ad amare quella terra attraverso gli occhi del padre. È qualcosa di bellissimo che nelle famiglie più unite: una persona racconta, l’altra ascolta e, molti anni dopo, scopre di custodire immagini mai vissute. Ecco perché custodisco ancora in me il calore del camino, l’odore della pelle di mio nonno, le sue mani rugose, gli occhi, le parole. Ogni cosa è scolpita in me. Anzi, la parte di me. Lei desiderava che Marco e Simone ricevessero qualcosa di più concreto. Una terra da vedere, toccare e riconoscere come propria.  Il luogo che sentiva già suo  Marina parlava di San Bovo con le agenzie, con gli amici, con chiunque potesse conoscere un terreno disponibile. Gli anni passavano, lei continuava a cercare. Un giorno poi confidò quel desiderio a una persona estranea alle compravendite.  Gli dissi che, in quel momento, l’unico investimento che desideravo davvero era un terreno a San Bovo.  Il giorno seguente quella persona le mostrò un appezzamento. Era un bosco fitto e vivo. Marina lo acquistò per riavvicinare la famiglia alle proprie origini. In quel momento mancavano ancora il progetto, la vigna e la bottiglia. Le bastava sapere che i Piazzo avevano di nuovo una terra a San Bovo.  Quando Marco e Simone maturarono il desiderio di produrre un Alta Langa, quel bosco sembrò offrire una possibilità. Marina scelse di custodirlo.  Era bellissimo. Mi spiaceva tagliarlo. Così abbiamo cercato un altro terreno.  Poco distante trovarono un noccioleto trascurato, già destinato alla coltivazione. La vigna nacque lì, accanto al primo appezzamento. Il bosco rimase intatto. Aveva cercato quella terra per anni e, dopo averla trovata, volle rispettarla.  Franco ha seguito ogni lavoro con un’attenzione incredibile. Vedere quel terreno cambiare, giorno dopo giorno, è stato bellissimo.  Franco è il marito di Marina. Una figura importantissima nell’azienda. Marina ne parla con un misto di amore, riconoscenza, stima. Un mix che difficilmente si trova in altre famiglie.  Poco distante da quella terra si trova ancora la vecchia cascina di famiglia, oggi appartenente ad altri. Marina la guarda con la serenità di chi conosce bene la propria tenacia.  Prima o poi ci arriviamo. Piano piano.  Conoscendola, viene spontaneo crederle.  Il nome che San Bovo ricordava ancora  Il proprietario del bosco prese il biglietto da visita di Marina e lasciò trascorrere alcuni giorni. Poi comprese chi fosse quella donna arrivata fino a San Bovo per acquistare il suo terreno. Era la figlia di Armando Piazzo. Da bambino aveva conosciuto Armando e ricordava i suoi passaggi con la famiglia.  Quando capì chi ero, cambiò tutto. Conosceva papà. Da piccoli si erano incontrati lassù. Proprio il ricordo di Armando aiutò Marina a ritrovare la terra che il padre le aveva raccontato. Dopo tanti anni, quel nome viveva ancora nella memoria di un uomo.  Nei paesi piccoli un cognome porta con sé i gesti, la parola mantenuta, il modo in cui una famiglia ha vissuto accanto agli altri. Il proprietario riconobbe Marina e comprese a chi stava affidando quel bosco. Un episodio che porta alla mia memoria quando andavo da nonna paterna a Santissimi Cosma e Damiano, un paesino del basso Lazio. Prima di uscire lei mi diceva sempre: ricordati di dire che sei il nipote della maestra Vellucci. Lei e il nonno erano stati gli insegnanti del paese. Gli unici al tempo. Io non capivo perché mi dicesse quelle cose. Almeno fino a quando, giocando nel vicolo dietro casa le donne del paese che incontravamo mi chiedevano: a chi si figl’ tu? A chi sei figlio tu? Allora ricordavo ciò che nonna Evelina mi aveva detto e rispondevo pronto: sono il nipote della maestra Vellucci. Da li si aprivano ricordi che partivano sempre con: è stata la mia maestra! Il ricordo di Armando era rimasto lì e, tanti anni dopo, aiutava sua figlia a tornare.  Armando e Gemma, la loro bellissima follia  Quando Armando Piazzo e Gemma Veglia arrivarono a San Rocco Seno d’Elvio fecero una scelta che, osservata con gli occhi di allora, sembrava quasi incomprensibile.  Armando rinunciò al posto in banca. Gemma lasciò il lavoro nella confezione degli abiti da sposa. Insieme acquistarono porzioni di una collina mentre molte famiglie partivano verso Torino in cerca di sicurezza.  Se ci penso, fu una cosa folle. Acquistavano terreni mentre tutti volevano andare via. Li chiamavano i matti.  Marina sorride pronunciando quelle parole. Nel volto affiorano insieme orgoglio e gratitudine. I suoi genitori vedevano qualcosa che gli altri avrebbero riconosciuto molto più tardi.  Quando parlo dell’intuizione di papà e mamma mi brillano gli occhi. Quello che hanno costruito ha qualcosa di incredibile.  Marina e sua sorella crescevano in una casa piena di persone. Dipendenti, operai e collaboratori entravano nella vita quotidiana, sedevano a tavola, condividevano lavoro e giornate. Lei usa con affetto la parola “principessine” per descrivere un’infanzia protetta dai sacrifici più duri, ma immersa completamente nell’azienda.  Gemma teneva insieme la casa e le persone che la attraversavano. Armando guardava la collina e immaginava ciò che sarebbe diventata.  Anni dopo Marina avrebbe fatto qualcosa di simile: avrebbe guardato una terra e vi avrebbe riconosciuto il futuro dei propri figli.  Quello che Marina voleva lasciare  Armando aveva consegnato a Marina parole, immagini e il sentimento per San Bovo. Lei aveva dentro di se il desiderio di lasciare a Marco e Simone una terra sulla quale camminare, un bosco da custodire, una vigna da seguire.  Senza questa mia voglia loro avrebbero avuto pochi motivi per cercare qualcosa a San Bovo. Volevo lasciare ai miei figli qualcosa che li tenesse vicini al luogo da cui veniamo.  Marina ha trasformato i racconti del padre in un luogo che i figli potessero conoscere. Ora Marco e Simone possono salire a San Bovo, camminare tra i filari, guardare il bosco e sapere che la storia della famiglia passa anche da lì.  I giovani portano idee nuove ed è giusto che accada. Le fondamenta restano e continuano a sostenerci mentre cambiamo.  I figli viaggiano, incontrano mercati diversi, portano nuove competenze e cercano vini sempre più fedeli ai luoghi. Il carro voluto da Armando resta sull’etichetta.  Anche Franco ha accompagnato questa crescita. Aveva studiato francese e imparò l’inglese per accogliere i clienti stranieri. Marina lo ricorda mentre interrompeva il lavoro, lasciava la tuta e cercava le parole giuste per raccontare l’azienda a chi arrivava da lontano.  Questo mestiere ti tiene vicino alla natura e nello stesso tempo ti chiede di conoscere il mondo, parlare le lingue, viaggiare, tenere la mente aperta.  Ogni bottiglia che parte da San Bovo porta con sé il nome dei Piazzo e il luogo dal quale la famiglia era partita.  Un nome che era già dentro la storia  Quando la vigna cominciò a prendere forma, serviva un nome. Franco lo trovò con semplicità.  Ritorno in Alta Langa.  Dentro quelle parole convivevano il bisnonno e la legna, Armando bambino sul carro, la cascina, il bosco cercato da Marina e il desiderio dei figli di produrre un Metodo Classico proprio lassù.  Siamo partiti da quella terra e siamo tornati vicino alla cascina dove aveva avuto origine la nostra famiglia. Ritorno in Alta Langa era il nome giusto. Teneva insieme ogni cosa.  Il nome è intimamente della famiglia piuttosto che di una semplice bottiglia. Ritorno in Alta Langa non può essere un semplice ritorno perché è un ritrovare le proprie radici, il proprio inizio, l’anima stessa di una famiglia. Marina aveva cercato San Bovo per un legame affettivo; Marco e Simone vi avevano riconosciuto il luogo adatto a realizzare il loro Metodo Classico Alta Langa.  Il vigneto cresce accanto al bosco. Marina cercava una terra da affidare ai figli. Loro hanno trovato il modo di farla viaggiare.  Marina, San Bovo e ciò che ritrovo nel calice  Ritorno in Alta Langa è un Metodo Classico Brut Millesimato prodotto da Pinot Nero e Chardonnay. Il lungo affinamento rende il sorso ampio e cremoso, sostenuto da una freschezza nitida.  Nel bicchiere la luce incontra riflessi dorati e un perlage sottile, fitto, continuo. Il profumo si apre sulla pera e sulla pesca bianca, poi arrivano il pane appena tagliato, il lievito e la frutta secca.  Il pane mi riporta alla casa piena di persone e a Gemma impegnata, ancor oggi, ad accogliere tutti. La sfumatura più calda ricorda la legna commerciata dal bisnonno. La freschezza guarda a Marco e Simone, al loro desiderio di conoscere il mondo e riportare ogni esperienza in azienda.  Il sorso ha slancio e morbidezza. La bollicina accompagna il palato, la sapidità gli dà ritmo e la freschezza allunga il piacere. Nel finale tornano la mandorla, il pane e la polpa chiara della frutta.  Mentre Marina parla, nel vino ritrovo qualcosa di lei. La forza arriva per prima, la dolcezza subito dopo. La voce cresce quando ricorda i genitori, rallenta parlando del padre e riprende energia appena il racconto raggiunge i figli.  Il mio viso racconta tutto. Quando provo qualcosa, si vede.  Ritorno in Alta Langa porta nel calice la vitalità dell’Alta Langa e la storia familiare che ne ha ispirato il nome. Il vino diventa il modo più concreto per condividere quel ritorno.   I sogni che Marina racconta ad alta voce  Da bambina Marina amava Gianni Morandi e desiderava incontrarlo. Quel sogno, accompagnato dalla sua tenacia e dall’aiuto di Franco, è diventato prima un incontro e poi un’amicizia.  Franco mi ha aiutata a realizzare tanti sogni. Servono impegno e tenacia, però molti si sono avverati.  Un banale (manco tanto) episodio racconta molto bene due cose. La prima è l’amore, il rispetto, la fiducia, la gratitudine di Marina verso Franco. Non solo un marito ma un vero compagno di vita. La seconda è il suo modo di stare al mondo nel suo raccontare ciò che desidera con qualcuno che, spesso, finisce per indicarle la strada. Anche San Bovo è arrivato così, attraverso una conversazione inattesa.  Lei parlava di quella terra. Qualcuno conosceva un terreno. Il proprietario ricordava Armando. Franco ha trovato il nome. Marco e Simone hanno piantato la vigna.  Ogni persona ha raccolto una parte del desiderio e l’ha portato un poco più avanti.  La strada lasciata ai figli  Le idee nuove servono. I giovani guardano il mondo con occhi diversi e portano l’azienda avanti. Le tradizioni, i ricordi e quello che è stato costruito continuano a sostenerci.  Il carro di Armando rimane sull’etichetta. Marco e Simone viaggiano e lavorano su vini sempre più legati ai luoghi. Il bosco resta accanto alla vigna. Alla famiglia. La cascina continua ad affacciarsi poco distante. Tutto respira qualcosa che non è solo nell’aria. Armando aveva lasciato a Marina la voce di San Bovo. Marina ha restituito ai figli quella terra.  Il resto vive nel bosco rimasto intatto, nella vigna che gli cresce accanto e in una bottiglia dal nome semplice, quasi inevitabile.  Ritorno in Alta Langa. L’amore, quando ricorda la strada, sa sempre dove riportarci.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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A Ica il Perù custodisce il suo vino dimenticato Arrow Right Top Bg

12 Ottobre, 2026

A Ica il Perù custodisce il suo vino dimenticato

  Il Perù occupa da sempre un posto speciale nell’immaginario di chi ama viaggiare. Il Machu Picchu, le Ande, le linee di Nazca. Luoghi così potenti da lasciare poco spazio a tutto il resto. Eppure, a poche ore da questi itinerari conosciuti, esiste una valle dove il vino viene coltivato da quasi cinque secoli e dove una parte importante della storia vitivinicola del Sud America continua a vivere lontano dai riflettori. Matteo Enna ci è arrivato seguendo una semplice curiosità. Ne è uscito con un libro, Il vino dimenticato, e con una storia che merita di essere raccontata.    A cinque anni Matteo Enna partecipava alla vendemmia con il nonno, il padre e gli zii a Baratili San Pietro, nella Sardegna della Vernaccia di Oristano. Il vino apparteneva alla famiglia e alla vita del paese, mentre il lavoro lo avrebbe condotto verso l’informatica e la tecnologia. Molto tempo dopo, il Perù ha rimesso insieme quei ricordi e una domanda rimasta senza risposta: perché, parlando del vino del Nuovo Mondo, questo Paese compare così raramente?  Cercavo informazioni e trovavo soprattutto Stati Uniti, Argentina e Cile. Il Perù rimaneva nascosto nelle classifiche, anche se il vino era arrivato già con i primi conquistadores.  La ricerca è cominciata prima del viaggio, tra fonti difficili da reperire e testi in spagnolo. Il legame personale con il Paese, attraverso Edith, sua moglie, nata a Lima e coautrice del volume, ha trasformato quella curiosità in un progetto più ampio.  Il secondo viaggio, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, ha portato Matteo fino a Ica. La valle si trova lungo la costa meridionale del Perù, in un’area segnata dal deserto, con le Ande visibili in lontananza.  Arrivi nel vigneto e alle spalle hai un deserto gigantesco, mentre in fondo trovi le montagne innevate. L’impatto visivo è molto forte.  Prima dei filari si attraversano piccoli centri agricoli e strade polverose; dentro le tenute compaiono edifici storici, spazi per l’accoglienza e una produzione che molti viaggiatori ignorano.  A Tacama, una delle aziende storiche della zona, Matteo ha seguito una degustazione e visitato la proprietà. Nel calice ha trovato vini secchi, tra cui un Sauvignon Blanc che ha deciso di portare in Italia.  Volevo metterlo alla cieca accanto a due Sauvignon Blanc europei della stessa fascia di prezzo e vedere cosa sarebbe successo.  Il vino peruviano deve poter essere giudicato per ciò che offre, senza indulgenza e senza essere ridotto a curiosità geografica.  Il Sauvignon Blanc assaggiato a Ica mostrava note di ananas e frutta tropicale, una struttura ampia e un’acidità contenuta. Il clima caldo della valle incide sul profilo dei vini, così come la limitata escursione termica. Matteo preferisce le versioni secche, più vicine al suo gusto, mentre una parte del mercato locale conserva una forte predilezione per vini dolci e semidolci.  Il libro allarga presto il racconto. La viticoltura peruviana nasce nel XVI secolo e cresce grazie all’incontro tra le viti introdotte dagli spagnoli, le competenze agricole delle popolazioni locali e i sistemi di gestione dell’acqua sviluppati molto prima della colonizzazione. I puquios attribuiti alla civiltà Nazca, gallerie sotterranee costruite per intercettare l’acquifero, aiutano a comprendere come l’agricoltura sia stata possibile in un territorio con precipitazioni molto limitate.  Anche la sabbia ha avuto un ruolo preciso. Le caratteristiche del suolo e l’aridità hanno ostacolato la diffusione della fillossera, favorendo la conservazione di alcune viti a piede franco. Matteo collega questo tema alla Sardegna e al Sulcis, pur mantenendo distinti i due territori: da una parte il Carignano coltivato sulla sabbia, dall’altra una valle peruviana con clima, storia e varietà proprie.  Tra queste varietà, la Quebranta occupa un posto centrale. Nata in Perù dall’incrocio naturale di uve di origine iberica, è legata soprattutto al pisco, ma viene utilizzata anche per il vino.  Nei vini ho trovato corpo, una lieve dolcezza, tannini presenti senza essere invadenti e una persistenza quasi masticabile.  Matteo ha apprezzato in particolare le versioni affinate in acciaio, capaci di conservare con maggiore chiarezza il profilo dell’uva.  Il vino peruviano ha attraversato una storia discontinua. Terremoti, trasformazioni economiche, riforma agraria e instabilità politica hanno modificato gli assetti produttivi, mentre il pisco ha conquistato un ruolo sempre più forte nell’identità nazionale. Negli ultimi anni alcune aziende hanno investito sulla qualità dei vini secchi e sull’accoglienza, sostenute anche dalla crescita internazionale della cucina peruviana.  Ica offre così un viaggio più ampio della sola visita in cantina. Huacachina, le linee di Nazca, Paracas e le isole Ballestas possono entrare nello stesso itinerario insieme alle degustazioni, alla cucina locale e alla conoscenza del pisco.  Quella zona è famosa per le dune e per Nazca, ma possiede anche una storia enologica importante. Le cantine si trovano a breve distanza e vale la pena inserirle nel viaggio.  Il vino dimenticato nasce per dare ordine a questa vicenda e renderla accessibile al pubblico italiano. Matteo ed Edith hanno raccolto studi storici, fonti scientifiche e testimonianze peruviane, indicando anche i punti nei quali i documenti consentono interpretazioni differenti. Il risultato evita la celebrazione facile e mostra un settore ancora in evoluzione, con una produzione poco presente sui mercati internazionali ma dotata di varietà, aziende e identità riconoscibili.  Tutto il libro è attraversato dalla curiosità, quella di allungare il viaggio di qualche chilometro, leggere ciò che le guide liquidano in poche righe e dedicare invece del tempo ad una produzione rimasta a lungo in secondo piano. Il Perù magari continuerà ad essere il Paese del Machu Picchu, delle Ande e delle linee di Nazca, ma magari, dopo Il vino dimenticato sarà anche il Paese di una valle chiamata Ica, del vino viene prodotto da quasi cinque secoli che, forse non chiede nemmeno troppo a gran voce di essere assaggiato, discusso e conosciuto. Il prossimo passo sarà versarlo nel calice senza mostrare l’etichetta. Da quel momento parlerà soltanto il vino.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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9 Ottobre, 2026

Coolenator. I piacere di una bottiglia fresca fino alla fine

  Durante le vacanze estive ho messo Coolenator alla prova nelle giornate più calde. Un sistema semplice, con capsule refrigeranti da tenere in freezer, ha mantenuto il vino fresco a lungo e ha trasformato il servizio della bottiglia in un gesto più pratico, pulito ed elegante.   L’estate è il periodo giusto per mettere alla prova il vino. La bottiglia arriva in tavola alla temperatura giusta, il primo calice è teso, fragrante, preciso. Intanto la conversazione prende spazio, la cena si allunga, il caldo, quello con cui fatichiamo ancora a prendere confidenza, arriva a mangiarsi tutta la freschezza che il vino porta con se. Ecco allora che, pur di averlo fresco, ci si inventa di tutte. Ho visto (e adottato) le cose più stravaganti. Non fosse altro perché in vacanza difficilmente si ha un secchiello del ghiaccio. Autodenunciandomi posso dire di aver trovato un certo equilibrio usando quelle sacche blu di gel, che uso in genere per le contusioni o per il tendine,  avvolte attorno alla bottiglia. Funzionano, non per molto, ma il senso estetico va a farsi benedire. Proprio durante aperitivi e cene sul terrazzo di messo alla prova Coolenator capendo così che il suo valore andava oltre la comodità. All’inizio lo avevo guardato considerandolo uno dei tanti accessori dedicati al vino. Un misto di curiosità e prudenza ma anche con la pseudo sicurezza che sarebbe stato relegato nell’angolo dei ciaffi. Non sapete cosa è un ciaffo? Si tratta di una parola marchigiana che identifica quegli oggetti che acquisite perché magari carini ma poi finiscono da qualche parte inutilizzati.  Insomma, sono partito prevenuto, devo essere sincero. Mi è bastato però usarlo nelle condizioni più impegnative per cambiare idea. La bottiglia è rimasta fresca a lungo, anche con temperature esterne molto elevate. Il vino ha conservato quella vivacità propria dei primi minuti dopo l’apertura. Il punto, alla fine, è tutto qui: dal primo all’ultimo bicchiere ho ritrovato la stessa piacevolezza. Il funzionamento è intuitivo. Nel corpo isolato, una sosta di cilindro cavo, si inserisce una capsula cilindrica refrigerante, la “bullet”, conservata in freezer fino al momento dell’uso. Una volta estratta, basta collocarla alla base del Coolenator, chiudere il tappo e sistemare la bottiglia nel suo alloggiamento naturale. La capsula cede freddo lungo l’altezza del contenitore e continua a raffreddare attivamente, invece di limitarsi a rallentare il naturale aumento della temperatura.  Secondo le specifiche del produttore, il sistema può offrire fino a sei ore di raffreddamento attivo. Se questo mi sembrava una mission impossibile, devo dire che ha veramente funzionato. Specialmente nella configurazione con due capsule.  Esistono infatti configurazioni con una o due capsule. La prima è adatta a un utilizzo ordinario; la seconda rende il sistema ancora più flessibile, perché consente di avere un ricambio pronto per le giornate più calde o per quelle tavolate che iniziano a pranzo e sembrano non voler finire. Si tiene una bullet nel congelatore, la si estrae al momento opportuno e, quando serve, la si alterna con l’altra. Un gesto rapido, pulito, capace di risolvere un problema concreto. Nell’uso quotidiano ho apprezzato anche ciò che scompare dalla tavola: il ghiaccio che si scioglie, l’acqua da svuotare, le gocce sulla tovaglia, le etichette inzuppate e soprattutto la sacca di gel blu. Coolenator occupa il suo spazio con discrezione e permette di servire il vino senza continue interruzioni. Una volta terminata la bottiglia, si pulisce il contenitore e la bullet torna in freezer, pronta per l’occasione successiva. Anche il design contribuisce all’esperienza. Le linee sono pulite, contemporanee, abbastanza eleganti per una cena curata e sufficientemente pratiche per un pranzo informale, una terrazza o una giornata all’aperto. È un oggetto funzionale che riesce a stare sulla tavola con naturalezza. La gamma, inoltre, comprende formati, materiali e finiture differenti, con soluzioni pensate anche per bottiglie alte, birra, lattine e calici. L’idea nasce dietro il bancone di Coco’s Outback, vicino a Rembrandtplein, ad Amsterdam. Edward, fondatore di Coolenator, vedeva i clienti lasciare nelle bottiglie gli ultimi sorsi di vino o di birra, ormai diventati troppo caldi. Da quella scena ripetuta sera dopo sera sono arrivati prototipi, tentativi falliti, misurazioni e prove sulle curve di temperatura. In seguito la figlia Amy ha preso in mano l’azienda, ampliando la gamma e portando avanti un’intuizione nata da un’abitudine osservata con attenzione: una bevanda perde parte del suo piacere quando perde la temperatura con cui era stata pensata. È una considerazione semplice, eppure riguarda da vicino chi sceglie una bottiglia con cura. Cerchiamo il produttore, il territorio, l’annata, magari aspettiamo l’occasione giusta per stapparla. La temperatura fa parte di questa esperienza quanto il calice e il tempo che concediamo al vino. Un bianco che si scalda troppo in fretta perde slancio, un rosato diventa meno nitido, una bollicina smarrisce parte della sua energia. Durante le mie prove Coolenator ha protetto proprio questa continuità, lasciando al vino la possibilità di esprimersi senza che il caldo riscrivesse il finale. Durante la mia (come la vostra) calda estate ho veramente apprezzato come nei pranzi e nelle cene la bottiglia restasse al centro della tavola, fresca e pronta per un altro calice. Coolenator non ha chiesto attenzione e non ha trasformato il servizio in un rito complicato. Ha fatto bene una cosa sola, quella che promette: mantenere il vino fresco fino alla fine. Proprio alla fine, davanti all’ultimo sorso ancora integro, ho compreso quanto possa essere prezioso.   Coolenator. Io l’ho trovato qui!
https://coolenator.com/   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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9 Ottobre, 2026

Torre Albineta. La terra come eredità, la vigna come destino

  Tra le colline del Pollino, in Basilicata, la storia di Torre Albineta attraversa oltre cinque secoli di memoria familiare. Lavinia di Giura Lucifero ha lasciato una carriera nel design per raccogliere un’eredità fatta di vigne, olivi, boschi e responsabilità. Un progetto che unisce vino, identità e visione imprenditoriale, riportando al centro una terra ancora tutta da scoprire.   Caelum non animum mutant qui trans mare currunt.
Quinto Orazio Flacco, Epistulae, I, 11 Cambiano il cielo, non l’animo, coloro che attraversano il mare. Lo scriveva Orazio, il più lucano dei poeti latini. Nato a Venosa, figlio di un liberto, voce immortale di una terra che allora si chiamava ancora Lucania e che ancora oggi porta quella parola nel nome come una fiamma tenuta viva nonostante tutto. Ogni volta che torno a pensare alla Basilicata, quella frase mi risuona in testa con una forza strana. Perché è una regione che le persone lasciano, attraversano mari e frontiere, vanno a cercare fortuna altrove. Eppure qualcosa dentro di loro resta lì, fermo come una torre di pietra su un crinale del Pollino. Torre Albineta. Due parole che portano con sé il peso e la luce dell’antico. Albus, in latino, è il bianco dell’alba, il bianco della luce che taglia l’orizzonte prima che il sole emerga davvero. Albineta evoca il bosco di pioppi bianchi, quei tremanti alberi che i latini associavano al mondo dei morti e al tempo stesso alla rinascita. Li piantavano lungo i confini, come sentinelle. Una torre che guarda. Un bosco che custodisce. E tra questi due elementi, in un angolo di Basilicata che Orazio avrebbe riconosciuto, l’azienda agricola di Lavinia di Giura Lucifero, figlia del Marchese Fabrizio di Giura di Battifarano, erede di una storia che inizia nel Quattrocento e non ha ancora finito di stupire. Una famiglia che attraversa i secoli. E i continenti Quando incontro Lavinia per la prima volta, mi bastano pochi minuti per capire che quella che sto per ascoltare non è la storia di una produttrice di vino. È la storia di una famiglia che ha tenuto duro per cinque secoli in una delle regioni più dimenticate d’Italia e di una donna che ha deciso di non lasciare che quella storia finisse con lei. I di Giura sono in Basilicata dalla fine del Quattrocento, tra i comuni di Castronuovo di Sant’Andrea e Chiaromonte, nell’alta valle dell’Agri, sulle pendici lucane del Parco Nazionale del Pollino. La torre che dà nome all’azienda è una masseria fortificata del Cinquecento, appartenuta in origine ai Chiaromonte, la potente famiglia normanna che aveva fatto di questo lembo di Mezzogiorno il proprio feudo. Fu acquistata nel 1898 dai figli del Prefetto Giovanni di Giura, e da allora è rimasta di famiglia. La storia che mi colpisce di più e che Lavinia accenna quasi di sfuggita, è quella di Nicola Ludovico di Giura, uno dei suoi antenati che, nel 1900, imbarcatosi sulla corvetta Ettore Fieramosca, raggiunse la Cina in missione come ufficiale medico della Regia Marina Militare Italiana. Quello che seguì ha del romanzesco: Nicola Ludovico rimase in Cina per trent’anni, diventando medico personale dell’Imperatrice Cixi e poi dell’ultimo imperatore Pu Yi. Fu ammesso alla Città Proibita, insignito del titolo di Mandarino alla Corte Imperiale. Poi tornò in Italia come primo traduttore dei classici cinesi nella nostra lingua. È come rivedere L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci con le stanze dorate, la solitudine immensa e chiedermi come dovesse sembrare la Basilicata, il verde assoluto, il silenzio del Pollino, l’aria che sa di resina e di ginestra ad un uomo che aveva visto la Città Proibita. Forse la capiva meglio, dopo. Forse ogni grande viaggio è, alla fine, un modo per tornare. Cambiano il cielo, non l’animo, appunto.   Lavinia: nata a Nizza, cresciuta nel verde Lavinia di Giura Lucifero è nata a Nizza, perché suo padre Fabrizio faceva il broker e lavorava in Francia. Madre veneziana, padre con radici profonde in Lucania, infanzia divisa tra più città: un perfetto blend, come lei stessa dice ridendo, con quella naturalezza di chi ha capito presto che le identità più interessanti sono sempre il risultato di mescolanze. Quando mi chiedono di dove sono, mi definisco italiana. Col cuore romano, però. E con tanta educazione veneziana. Non saprei dire quale parte prevalga sull’altra. Le vacanze, quelle erano sempre lì. In Basilicata. Nella tenuta di Battifarano, a rincorrere i cani randagi tra i boschi, ad arrampicarsi sugli alberi, a stare con gli agnellini mentre i genitori non la intrattenevano perché i genitori di una volta non intrattenevano.  Ma ci pensate? Oggi, noi, genitori siamo sempre alla ricerca di un intrattenimento per i figli, fermamente convinti che serviamo noi e solo noi per farli stare bene. Quante volte ho pensato che quella libertà apparentemente distratta fosse in realtà la migliore scuola del mondo. Certo, un tempo, i bambini lasciati nel verde imparavano a conoscere la terra, il silenzio, il tempo che scorre a un ritmo diverso. Oggi dove li lasceremmo? Ogni volta che vado lì sento le tensioni che si sciolgono. Dove siamo noi, se fai un giro su te stesso di 360 gradi, non vedi nulla che non sia verde. Una volta venne un architetto da Milano e mi disse: qui ti soffoca. Ma se pensi che il verde è il colore più rilassante, capisci subito che cosa stava perdendo. Lavinia invece aveva studiato design. Aveva lavorato per anni con Michele Tonci, uno degli studi di architettura d’interni più raffinati di Roma, aveva messo le mani su Piazza San Cosimato a Trastevere, aveva vissuto a New York. Una vita che filava, con la precisione di un progetto ben eseguito. Come quei tratti di matita che diventano forme. La scelta: lasciare il tratto per la terra Nel 2017, suo padre Fabrizio comincia a porre quella domanda che molti genitori proprietari di terre, prima o poi, arrivano a porre: e a questa azienda? cosa succede? Sua sorella risponde subito di no. La campagna non fa per lei. Lavinia, invece, esita. Ho avuto un periodo di grossi dubbi, grossi davvero. Poi ho detto: vediamo cosa siamo capaci a fare. Mi ci butto. Aveva già tre figlie. Aveva un lavoro che amava profondamente. Aveva una vita costruita mattone per mattone nella città. Eppure quella terra, quei 290 ettari di cui 70 seminati e il resto bosco, quella torre medievale, quei vigneti che esistevano già quando l’azienda fu acquistata a fine Ottocento, attirava come una calamita. Come attirano certe cose che non si spiegano, che non seguono la logica del foglio Excel, che abitano in un posto più profondo della ragione. Ci vuole tanto coraggio oggi per rinunciare a qualcosa che funziona per qualcosa che potrebbe funzionare. Si, magari è vero che con il Covid molti equilibri si sono spostati. In fondo ne ho incontrati tanti che hanno cambiato vita. Persone che hanno creato qualcosa di piccolo per farlo crescere. Hanno messo in gioco parte di se stessi per ritornare alle origini. Oggi che si è sempre alla ricerca di ottimizzazione, di rischio calcolato, di voglia di certezze infrante, le persone che rischiano sono sempre più rare. Così come sono sempre più rare quelle che scelgono. Ecco, Lavinia ha scelto. Quello che arriva dal passato è un dovere verso il futuro. Se ti compri un’azienda fai quello che vuoi. Ma se ti arriva da qualcuno che ci ha lavorato, che ha fatto sacrifici per portarla fino a te chi sei tu per distruggerla? Non sei nessuno. Non ne hai il diritto. Semplicemente non puoi.  Dal frantoio alla cantina: costruire un prodotto finito L’azienda che Lavinia prende in mano nel 2017 ha tutto e non vende niente. Grani antichi come la Carosella del Pollino*, un’eccellenza assoluta. Olio, venduto sfuso agli amici. Uva, ceduta a quintale ad un acquirente esterno che ogni anno abbassava il prezzo. Animali, boschi, masserie svuotate e lasciate andare. Un patrimonio immenso tenuto in sospeso tra la gestione del passato e nessun progetto per il futuro. La prima attività nella quale Lavinia si cimenta è costruire un locale per imbottigliare l’olio. Studia le normative sull’etichettatura degli oli extravergine con la stessa cura con cui aveva studiato i capitolati d’appalto nel design. Gira i supermercati fotografando le bottiglie. Si presenta ai frantoi. Impara. Anticipa la raccolta, passando dall’oliva nera a quella verde. Nel 2019 esce la prima bottiglia con etichetta. Disegnata da lei ovviamente e con lo stemma della famiglia e il disegno della casa. Ho lavorato molto sulla qualità. Devi scontrarti con le mentalità. L’oliva va raccolta nera perché produce di più. No: l’oliva va raccolta verde perché fa un olio migliore. Un anno facciamo così, l’anno dopo rifacciamo come va fatto. Con il vino, la storia è un po’ più accidentata. Ma anche più avvincente. L’uva veniva venduta a quintale. Un anno di meno, l’anno dopo ancora di meno.  Ad un certo punto ho detto: ma perché devo stare sotto i ricatti di questi? Questa azienda ha sempre fatto vino. Siamo nel territorio dell’antica Enotria. Facciamo una cosa seria. Questa è la Lavinia che ho conosciuto. Ferma, decisa eppure sorridente. Ti guarda, ascolta, sorride e poi agisce con una forza che se non ti adatti, ti travolge. Ha il sangue lucano… Il vigneto, l’Aglianico e l’enologo che ci ha creduto Il vigneto di Torre Albineta è piccolo. Sono solo due ettari e mezzo ma è come se fosse un archivio vivente del Novecento vinicolo meridionale. Sangiovese, Barbera, Montepulciano, Merlot, Cabernet: un miscuglio ereditato dal secolo precedente, piantato senza troppa logica varietale quando il vino si faceva per i contadini e per i fattori, non per i concorsi. Lavinia lo racconta con un sorriso All’epoca andavano dal vivaio e mettevano quello che trovavano. Le barbatelle gliele dava un amico, una cosa così. Tanto il vino doveva essere da tavola, fresco. Non facevano cose strane. A questo patrimonio storico ha aggiunto Aglianico e Cabernet affidandosi a un giovane enologo lucano, lo stesso che lavora con Battifarano e Luigi Lauria, due nomi importanti per il vino di questa regione.  Non so se ci ha preso in simpatia o se ha creduto nel progetto. So che si è dedicato davvero. Quando si parte per una nuova avventura, ciò che si produce ha qualcosa di inaspettato, incerto. Lo si definisce sperimentale ma è pur sempre qualcosa di nuovo del quale non si ha alcuna certezza. Ecco perché, quando Lavinia insieme al suo enologo, decidono, prima di imbottigliare di vinificare separatamente ogni varietà, la classifico come qualcosa di raro ed intelligente. È certamente una vendemmia a perdere con delle micro-vinificazioni. Da proprio da queste, sono nate le prime tre etichette. Quest’anno, con la piantumazione del Fiano, arriverà anche il bianco insieme alla cantina propria. Torre Albineta avrà la propria cantina, piccola, autonoma, tutta sua. Il logo di Torre Albineta reca in se l’ape, già presente nello stemma di famiglia e simbolo del lavoro e della natura. Il motto della famiglia di Giura è *modus et ordo*: con misura e con ordine. Due parole latine che suonano come filosofia e promessa. Misura e ordine. Sembrano concetti così lontani dalla società moderna nella quale l’eccesso è la norma e il disordine è quasi una virtù. Sentirsi dire modus et ordo da una donna che gestisce da Roma un’azienda agricola di quasi trecento ettari in Basilicata suona come una piccola rivoluzione silenziosa. La Basilicata e il caso Chiaromonte: da Banfield a oggi Torre Albineta è a Chiaromonte. Fu scelta negli anni Cinquanta dall’economista americano Edward Banfield come caso di studio per il suo celebre libro The Moral Basis of a Backward Society. Banfield la chiamò “Montegrano” e la usò per illustrare il concetto di familismo amorale: la tendenza delle comunità povere a massimizzare il vantaggio immediato del proprio nucleo familiare, incapaci di costruire fiducia e cooperazione oltre i legami di sangue. Un libro controverso, discutibile in molte delle sue conclusioni, ma che ha lasciato una cicatrice nell’immaginario di questa regione. Settant’anni dopo, Lavinia torna su quella stessa dinamica. Su concetti che si inseguono non come stereotipo ma come un dato di fatto di una società che avrebbe tanto bisogno di quelle ventate di novità che giovani imprenditori sanno imprimere. La Basilicata è molto indietro a livello imprenditoriale. C’è molto individualismo, molta gelosia. Non c’è la collaborazione che trovi in Toscana. La mentalità è: se cresce lui, io perdo terreno. Mentre invece è il contrario: se cresce la regione, ci guadagniamo tutti. Non gliel’ho detto di Banfield. Non era necessario. Lei lo sa già, perché lo vive ogni giorno. Ma non si è arresa. Continua a portare amici, giornalisti, operatori del settore in Basilicata. Continua a fare sistema dove il sistema fatica a nascere. Continua a scommettere. Continua a scegliere un territorio che è tanto suo quanto di chi ci vive da generazioni.  È un po’ quello che è successo in Puglia, la regione-specchio che nel confronto con la Basilicata ritorna spesso nelle conversazioni con i produttori lucani. Vent’anni fa le masserie pugliesi erano abbandonate, le spiagge deserte, i vini sconosciuti. Poi qualcuno ha cominciato a credere. Poi un altro. Poi un altro ancora. Borgo Egnazia era niente. Oggi è uno dei resort più celebrati d’Europa. La Basilicata ha tutto quello che aveva la Puglia: paesaggi straordinari, storia millenaria, prodotti eccellenti, ospitalità autentica. Le manca ancora la massa critica di persone che ci credano insieme. Lavinia è una di quelle persone. Lo è con la sua determinazione quanto con il suo sorriso. Lo è con la voglia quanto con la sua capacità. Non è semplice stando spesso a Roma e dovendosi occupare delle figlie. I vini di Torre Albineta Torre Albineta. IGT Basilicata Rosso Il vino bandiera dell’azienda porta il nome della torre. Forse non è un caso. Nasce dal vigneto più antico di San Giovanni, quello che Lavinia ha trovato come un archivio disordinato del Novecento vinicolo meridionale. Sangiovese perlopiù poi Barbera e Montepulciano. A seicento metri di quota, dove le escursioni termiche tra il giorno e la notte sono ancora quelle di una Basilicata antica e non addomesticata, le uve maturano lentamente e con carattere. La fermentazione avviene in vaso aperto, come vuole la tradizione più onesta. Poi il vino poi affina dodici mesi in acciaio sulle proprie fecce fini. Nessun legno, nessuna correzione, nessuna maschera. Nel bicchiere si presenta con un rosso rubino intenso che nell’unghia vira al granato, con quella velatura profonda che si vede nei vini che hanno vissuto veramente il territorio. Al naso è generoso senza essere fracassone: la ciliegia e la mora aprono la strada, poi arrivano il ribes e i piccoli frutti di bosco. Su tutto scende la nota floreale di violetta indica, con esattezza la sua presenza. La macchia mediterranea fa il resto con il pepe, il timo, la salvia. Una sorta di firma del Pollino. In bocca i tannini sono eleganti e avvolgenti, la bevibilità è generosa, la persistenza porta con sé qualcosa che assomiglia alla soddisfazione. Quella sensazione rara di un vino che non chiede di essere analizzato, ma solo bevuto, preferibilmente con qualcuno di cui ti fidi. RuLa. IGT Basilicata Rosso Quando Lavinia mi spiega il nome di questo vino, sorrido.RuLa. Era il modo in cui i cinesi pronunciavano il cognome di Giura: Daifu Rula, il Dottor di Giura; Nan jué Rula, il Barone di Giura. Il medico lucano che alla corte imperiale di Pechino era diventato qualcosa di diverso da quello che era partito. Non meno italiano, non meno lucano, ma capace di attraversare il mondo senza perdere sé stesso. L’etichetta porta uno dei suoi timbri cinesi, quegli ideogrammi che sembrano disegni e che per trent’anni avevano firmato ricette, diplomi, comunicati per l’Imperatrice Cixi. Pensare a tutto questo mentre si stappa una bottiglia di Aglianico e Cabernet Sauvignon prodotta sul Pollino mi provoca una vertigine. Ma è esattamente il tipo di vertigine che mi piace. Il RuLa è un vino impegnativo. 60% Aglianico, 40% Cabernet Sauvignon, affinato in barriques, con l’ambizione dichiarata della grande struttura. Il colore è rosso rubino intenso, fitto, quasi laccato. Al naso è aromaticamente complesso e intrigante: amarena, prugna, mora, poi il ginepro e il mirto che riportano subito alla macchia del Pollino. Poi ancora pepe, cannella, un tocco di vaniglia che il legno ha lasciato senza sopraffarne la voce. In bocca è ampio, persistente, con una struttura importante e tannini che la barrique ha educato alla rotondità senza toglier loro il carattere. Avvolgente. Non posso non usare questa aggettivo. È il termine giusto per un vino che ti prende con gentilezza senza lasciarti andare. È il vino di un antenato che ha attraversato mari e civiltà senza dimenticare chi era. Ha senso che si chiami come lui. Basìleia. IGT Basilicata Rosato Basìleia. In greco classico: regina. Non principessa, non fanciulla, non ninfa, regina. La scelda di un nome che già dice tutto sul tono che Lavinia vuole dare a questo rosato in perfetto collegamento con la Basilicata. Basileis come i re greci che colonizzarono questa costa millenni prima che Roma sapesse cosa fosse il vino, chiamarono queste terre. Nasce dalle piante di Sangiovese Barbera e Montepulciano più antiche del vigneto di San Giovanni. Qui le escursioni termiche costruiscono profumo e acidità senza bisogno di trucchi. Nel bicchiere il colore è un bellissimo rosa tenue con sfumature corallo. Non è un rosato che strilla, che si dimena, che luccica nel calice. È come una donna elegante che si ammira per quella attrazione data da chi non ha bisogno di farsi notare per forza. Al naso è delicato e preciso: ciliegia, piccoli frutti di bosco e rosa canina. Quella nota selvatica e leggermente amara che è bellissima e che non si incontra spesso. Nessuna ridondanza, nessuna esagerazione. In bocca la freschezza è vivace, l’acidità vibrante e pulita, la sapidità presente, la persistenza lunga quanto basta per non voler smettere. È un rosato da bersi con attenzione e non già perché difficile. Semmai perché sarebbe un peccato farlo distrattamente. Una regina non si tratta con superficialità. Tre figlie, una torre, un futuro da costruire Il mio futuro lo vedo giù. Non appena le mie figlie saranno all’università, mi immagino a settimane alterne in Basilicata. Tre figlie. Le ha portate a imbottigliare l’olio, ad attaccare i cartelli nel vigneto, a fare le cose usando le mani.  Sono queste le piccole cose che si fanno per stare insieme, per avvicinare le persone ai propri ricordi, al proprio passato. È l’unico modo per poterlo fare. Non lo dice troppo esplicitamente alle proprie figlie ma la sua speranza è che almeno una delle tre voglia prendere in mano quello che lei sta costruendo. Non sarà una eredità immobiliare ma un’azienda viva, in movimento, con una cantina propria, con prodotti finiti, con un nome che inizia a farsi riconoscere. I sogni che ha nel cassetto sono quelli di chi non si ferma mai. Come i *peperoni cruschi*, quella meraviglia fragile e affumicata che è il simbolo gastronomico della Basilicata e che pochissimi fanno davvero bene. Gli eventi in vigna, le cene sotto gli olivi accanto alla piscina. La ricezione, quando ci saranno le risorse umane e la struttura per farla come si deve. Prodotti per la cura del corpo con l’olio dell’azienda. Senza chimica, senza compromessi. Non è soltanto guadagnare. È fare cose che funzionano. Modus et ordo: il senso di tutto Modus et ordo. Con misura e con ordine. Un motto che descrive perfettamente non solo la famiglia di Giura, ma anche il modo in cui Lavinia lavora: un passo alla volta, senza correre, senza sovrastimare né sé stessa né le risorse che ha. L’olio prima, poi il vino, poi la cantina propria, poi il bianco, poi gli eventi, poi l’agriturismo. Una cosa per volta, fatta bene. Ho conosciuto tanti produttori che partono con tutto insieme e finiscono per fare tutto a metà. Lei no. Ha la pazienza di chi sa che le cose buone crescono lentamente, come i boschi del Pollino che circondano la sua torre. E poi c’è l’attaccamento. Quello che non si impara nei master di marketing o nei corsi di enologia. Quello che ti fa dire no a un parco agrisolare anche quando arrivano i soldi veri. Quello che ti fa restare fedele a una terra che ti chiede tutto e ti dà tutto, che ti mette di fronte a notti insonni di fisica e matematica con le figlie da un lato e una vendemmia in ritardo dall’altro. Quello che però, quando arrivi lì e giri su te stessa di 360 gradi e non vedi nulla che non sia verde, ti fa capire che non c’è nessun altro posto al mondo dove vorresti essere. Quell’azienda è parte di me. È un rifugio. È un’oasi. È il posto dove tutti i nodi si sciolgono, dove le idee tornano in ordine. Non ho mai, neanche per un secondo, pensato di venderla. Orazio lo avrebbe capito benissimo. Lui che era nato a Venosa, in fondo a pochi chilometri da dove oggi Lavinia alleva la sua vigna, aveva capito, duemila anni fa, che è in quella stessa terra, ostinatamente bella, che si può attraversare il mondo intero senza cambiare l’animo. Che certe radici non si sradicano. Che certi amori sono più forti di qualunque buona ragione per andare altrove. La Torre Albineta è ancora lì, sul crinale del Pollino. Guarda. Aspetta. E finalmente, dopo molto tempo, qualcuno l’ha capita.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Gagiablu. Laura Mauriello: la ghiandaia che tornò in Maremma Arrow Right Top Bg

7 Ottobre, 2026

GagiaBlu. Laura Mauriello: la ghiandaia che tornò in Maremma

  Per anni Laura Mauriello ha vissuto tra due mondi. Da una parte Milano, il lavoro, le scadenze e uno studio assicurativo costruito con ostinazione. Dall’altra la Maremma, una terra incontrata quasi per caso e diventata lentamente una necessità. In mezzo, una quercia secolare, una ghiandaia blu che torna ogni anno nello stesso luogo e una cantina, GagiaBlu, nata dalla convinzione che alcune scelte difficilmente si possono spiegare. Però quando si concretizzano, si riconoscono. Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare. La massima di Seneca mi ha accompagnato quando ho rimesso mano al materiale relativo alla chiacchierata con Laura Mauriello, una donna che, pur vivendo a Milano, ha scelto di piantare le sue radici, e le sue vigne, trecentosessanta chilometri più a sud, in quella striscia di Toscana che i troppi turisti dimenticano e che proprio per questo è rimasta la più vera. La Maremma.  Il coraggio di ricominciare (o forse no, il coraggio di continuare) A Milano l’umidità ha steso una cappa grigia sulla città. Laura la liquida senza esitazioni: «Fa schifissimo». È la schiettezza acquisita in trent’anni di Brianza, il modo diretto di una donna che non ama i preamboli. Ha quarantotto anni, due figlie, due aziende e due città. Soprattutto, ha voglia di raccontarsi senza lasciarsi rinchiudere in una definizione. La sua è la schiettezza meneghina acquisita in trent’anni di Brianza. Laura è una donna che non ha bisogno di preamboli. Quarantotto anni, due figli, due aziende e due città. Una gran voglia di raccontare, senza schemi.  Ancora non mi sono inquadrata. Forse il bello di me è che non ho stereotipi dentro cui mettermi. In una Milano dove, come dice lei “nasci e sei già in ritardo”, Laura ha costruito la sua vita a una velocità diversa dal normale. Occorrerebbe certo capire bene quale sia la velocità normale visto che spesso questa cambia in funzione delle latitudini e non già perché al sud si proceda ad una velocità inferiore. È che al sud fa più caldo e allora si va un po’ meno velocemente. Anche se poi si lavora fino a tardi la sera. Divagazioni, è vero. Quella di Laura è semmai una doppia velocità. Che forse vuol dire due vite. Ma possono due vite andare a velocità diverse? Già vivere due vite è complicato, farle andare a velocità diverse deve essere un incubo. Comunque sia, la prima vita è la carriera assicurativa, presa in mano a ventitré anni quando il padre, Augusto, se ne andò in una torrida estate del 2006.  Mio padre era venuto su dalla provincia di Avellino nel ‘69. Uno che veniva dalla fame e dal niente. Uno tosto, che scherzava poco. Quando la compagnia assicurativa per cui il padre lavorava non si comportò bene con la famiglia, Laura, incinta della prima figlia, sconvolta dal lutto e “incazzata contro il mondo”, firmò un mandato e si rimise a studiare Con una bambina piccola da allattare e l’orgoglio di chi ha perso tutto tranne la voglia di rialzarsi È proprio qui che ho capito la stoffa di questa donna. Perché quando vedi in faccia Laura, l’impressione che si ha è di una donna della quale devi aver timore. Non paura, non parlo di quella. Parlo di una sorta di forza interiore che, seppur nascosa da un sorriso che disarma potrebbe sopraffarti in un attimo. Una forza che la mantiene sempre elettrica ed attiva. Pronta a fare qualcosa. Ci sono persone che aspettano qualcosa che forse non arriverà mai così che l’attesa spesso diventa emozione pura, memoria, radice. Laura non penso abbia mai aspettato che le cose arrivassero. È andata a prenderle. Così si è costruita la sua vita. Poi venne il 2008, l’autunno dei Lehman Brothers.  Il comparto assicurativo prese il colpo immediatamente perché i nostri prodotti erano legati alla borsa americana. Fu in quel momento, in una “giornata d’estate in Puglia”, uno di quei giorni in cui l’aria è così densa che i pensieri diventano leggeri, che Laura e suo marito fecero il grande passo.  Comprarono un terreno di quasi otto ettari a Roselle, nel cuore della Maremma toscana. La scintilla?  A me la Maremma è sempre piaciuta tantissimo. Quella zona selvaggia, il mare senza troppi orpelli… è rimasta rude, umana, non Instagrammabile come altre parti della Toscana.  La Maremma non la scegli, ti sceglie. È una terra di etruschi e butteri, dove il vento porta salsedine e gli olivi si contorcono come sculture d’argento sotto un cielo che sconfina nel mare. Laura la descrive con l’amore di chi ha riconosciuto un luogo dell’anima prima ancora di capire perché. Ma forse, conoscendola bene, la Maremma la rappresenta a pieno. La ghiandaia che tornò a casa Come spesso accade nei progetti veri, il nome contiene già l’intera filosofia che contraddistingue l’azienda. GagiaBlu è un nome che di per se suona anche bene ma se si comprende bene la sua etimologia allora si capisce bene che è non solo l’azienda ma proprio Laura.. La gaggia è la ghiandaia marina, un uccello migratore che però se trova l’habitat ideale ci rimane per sempre, con la sua compagna. Al centro del vigneto c’è un quercia secolare. Proprio su quella quercia una ghiandaia blu torna ogni anno. Ha trovato su quella meravigliosa quercia il suo luogo. Non importa se bello o brutto, se lontano o vicino. È il suo rifugio coccola. Il suo angolo di paradiso. Laura è arrivata in Maremma quasi per caso, con la leggerezza di un sogno estivo pugliese e vi  ha messo radici profonde come la quercia che campeggia sulle sue brochure. Forse cercava un luogo dove poterle mettere quelle radici. Un posto meno veloce e con qualcosa di più stabile. Ma non per sempre, no. Chi è abituato a correre, non si ferma mai di botto. Nel 2010 si piantano le prime barbatelle. Un atto scontato ancorché mai semplice per chi vuole avviare una azienda vinicola. La vigna dava i primi frutti esattamente quando i miei figli entravano nell’adolescenza. Mi dicevano: la vigna ha i suoi tempi. A scuola mi dicevano: i ragazzi hanno i loro tempi. È stata una crasi perfetta. Ho imparato l’arte dell’attesa. La storia si fa densa di metafore, di quelle che a me piacciono tanto e che cerco sempre nel fondo del bicchiere. Orazio nelle sue Odi elogiava chi sa attendere il momento giusto per cogliere l’uva. Pasolini vedeva nella campagna l’ultimo baluardo contro l’omologazione. Laura ha imparato l’attesa senza mai smettere di essere un vulcano Un vulcano che però ha capito che la lava, a volte, deve scorrere piano per diventare terra fertile Un ossimoro vivente: istintiva e paziente, milanese e maremmana, assicuratrice e vignaiola. Io non ho discendenze di vignaioli alle spalle. Non mi chiamo Antinori, non ho nulla dietro di me, se non il nonno che a San Martino Valle Caudina aveva il pezzetto di terra. Ma qui siamo tutti così, no? Basta scavare un po’ e trovi un nonno contadino. Allora parte tutto da zero. Con la determinazione ferrea di chi non ha nulla da dimostrare se non a se stessa. Studia da imprenditore agricolo, passa dall’INPS per infilarsi nel ginepraio delle pratiche. Conosce l’agronomo Domenico Saraceno, poi l’enologo Gabriele Gens Che ha questa grandissima capacità educativa. All’inizio non capivo una mazza di quello che diceva, poi gli chiedevo di tradurre per i non capenti e lui: ah sì, hai ragione.  È così che nasce una squadra, senza retorica ma con l’urgenza di chi vuole realizzare qualcosa di vero. Conoscendo i propri limiti e con la voglia da un lato di superarli, dall’altro di lasciar fare a chi sa. Dentro i vini: il respiro della Maremma nel bicchiere Frà Merlot 2021.  Il coraggio di una scommessa personale Quando Laura mi parla della scelta del Merlot, i suoi occhi cambiano luce. Non è solo una questione tecnica, è una confessione intima.  L’unica nota stilistica personale che ho chiesto io è stata il Merlot, perché è uno dei miei due vitigni preferiti. Ho chiesto all’enologo se con quel terroir poteva uscire qualcosa di interessante, e la risposta è stata affermativa. Fu il primo vigneto piantato in azienda: una scommessa personale sulla vocazione della terra e sulla capacità del vino di andare oltre i pregiudizi sui vitigni internazionali. Oggi il Frà Merlot 2021 è un vino che definirei meditativo. Affinato per quindici mesi in barrique e tonneaux, ha un colore rubino intenso e profondo che prepara a un’esperienza complessa. Al naso esordisce con mora, mirtillo nero e sentori di sottobosco umido, ma dopo qualche minuto nel bicchiere si apre a suggestioni più evolute: tabacco biondo, cioccolato bianco, una nota balsamica quasi eucaliptica e un ricordo salmastro che racconta la vicinanza del mare. In bocca è vellutato e caldo, con tannini rotondi e una chiusura sapida che persiste. Non è un Merlot qualunque: è un vino che porta dentro di sé il carattere schietto della Maremma, quella “rudezza gentile” che Laura cerca in tutto ciò che fa. La produzione si aggira sulle ottomila bottiglie, numeri da artigianato di alta gamma, di quelli che ti costringono a scegliere ogni giorno tra quantità e qualità. E la scelta è evidente già dal primo sorso. Il suo vero valore sta nella coerenza: è esattamente il vino che Laura aveva in mente quando, con la sua determinazione che poteva sembrare avventata, decise di scommettere su questo angolo di Toscana. XVIII 2021. Un brindisi alla vita che compie diciotto anni XVIII è il metodo classico millesimato Nature Rosé da uve Sangiovese in purezza che ha una storia d’amore dietro.  Dissi al mio enologo: ‘Voglio un metodo classico, non voglio frizzantini strani.’ Pensavo di farlo con Vermentino. Invece lui mi convinse a rimanere sul Sangiovese, per restare legati alla territorialità. Però mi disse: minimo trentasei mesi sui lieviti.  Era il 2017, anno in cui iniziarono le prime prove, senza commercializzare, solo per capire dosaggi e affinamenti. Poi arrivò il 2020, la prima annata commercializzata e il nome fu naturale: il diciottesimo compleanno della figlia Benedetta. Il XVIII 2021 è l’evoluzione ulteriore di quel progetto: base spumante 2021, sboccatura dopo trentasei mesi e, per quest’annata, Laura ha voluto tenere da parte cinquecento bottiglie da sboccare a quarantotto mesi per spingersi ancora più in là nella ricerca. Liqueur d’expédition aggiustata, dosaggi limati: il risultato è un rosé pallidissimo, quasi buccia di cipolla ramata, con riflessi che virano al rosa petalo. La mousse è fine e cremosa. Al naso è un caleidoscopio di pesca bianca, zagara, erbe aromatiche della macchia mediterranea, con una vena agrumata che ricorda il pompelmo rosa. In bocca è teso, verticale, attraversato da una freschezza tagliente e da note autolitiche raffinate: crosta di pane, lievito, una mineralità che richiama la pietra focaia. Chiude lungo e strutturato, con un finale sapido che invita al sorso successivo. È un metodo classico che non ha nulla da invidiare alle maison più blasonate e che anzi porta con sé quella selvatichezza maremmana che è la cifra stilistica di tutta la produzione Gagiablu. Non è semplicemente un vino: è un atto d’amore verso una figlia, un rito di passaggio verso quell’età simbolica in cui si diventa adulti, ma anche la dimostrazione che il Sangiovese, quando è raccolto a inizio agosto con uve ancora acerbe e vinificato con sapienza, può diventare un’eccellenza assoluta nel panorama delle bollicine italiane.  L’imprenditrice, la madre, la donna: un ritratto a più voci Nel dialogo con Laura mi ha colpito profondamente il suo senso di responsabilità verso i collaboratori. D’altronde, se vuoi creare qualcosa di grande, devi delegare. C’è poco da fare Non mi piace chiamarli dipendenti. Quando li ho assunti ho detto: voi siete i miei occhi e le mie orecchie qui. Siate imprenditori del vostro comparto. Tommaso e Susi, due trentenni grossetani laureati in enologia, sono la prosecuzione fisica del suo pensiero in vigna e in cantina.  Sono stata fortunata ad incontrarli. Molto mi insegnano loro, perché hanno studiato, hanno fatto esperienze in altre cantine. Io metto a loro disposizione tutti i mezzi per ampliare le loro conoscenze.”  Non è semplice delega: è il riconoscimento che un progetto si regge sulle persone, non sulle gerarchie. Ed è anche la prova che la concretezza manageriale di Laura, quella che le deriva da vent’anni di gestione assicurativa, non annulla la dimensione umana. La concretezza non è mai disgiunta dalla filosofia. Laura ha anche fatto la scelta coraggiosa del tappo Stelvin per alcuni vini Pensando alle enoteche che organizzano serate e non finiscono la bottiglia. Con lo Stelvin il vino si conserva, si mantiene, non perde identità. Pochi in Italia hanno questo coraggio, perché il mercato interno è schiavo del sughero, di una tradizione che non ha nulla di sensato.  Bisogna ragionare in maniera ecosostenibile. Il sughero non ce n’è più nel mondo, non si può andare avanti a fingere. Poi ci sono tappi tecnici che imitano il sughero e la gente dice: ‘Ah, ma allora lo stappo col cavatappi, va bene così.’ Ma non stai stappando sughero, stai stappando un’illusione. Quando dico che nel nostro Vermentino c’è solo uva da Vermentino, dico quello che è reale. Sono coerente con quello che faccio. Coerenza, filosofia, concretezza: è il trittico su cui Laura ha costruito la sua impresa senza mai abbandonare i clienti assicurativi di Milano  Per un grande rispetto verso di loro. Mio padre mi ha insegnato un’etica professionale che voglio mantenere. Anni di fidelizzazione e di rapporti personali non si possono tramandare a un collega.  Una fedeltà che oggi le costa tempo ed energie, ma che la onora. La Maremma, l’attesa e il futuro Quando parliamo del futuro, Laura non ha esitazioni  Sicuramente nel futuro di Laura c’è la Maremma a titolo definitivo. Sono stanca di Milano. Sono stanca di questa fretta, di questa cosa che nasci ed sei già in ritardo. È la stanchezza di chi ha corso per trent’anni e ora sente il bisogno di fermarsi. O meglio, di rallentare, perché fermarsi non è nel suo DNA. L’azienda sta crescendo: cinquantamila bottiglie l’anno, con un nuovo terreno in località Poggio La Mozza, nel comprensorio del Morellino, acquisito nel 2024.  Abbiamo ottenuto altri diritti di impianto dalla Regione, faremo i primi tre ettari. Poi al massimo altri tre o quattro, così arriviamo a dodici-tredici ettari vitati. Oltre le centomila bottiglie non andremo, perché altrimenti devo ribaltare la cantina e ampliarla. E non è il progetto. E le figlie?  Per questo non ci siamo mai trasferiti. Non era corretto togliere loro le opportunità che avevo avuto io. Venti minuti di treno per arrivare a Milano, contro un’ora e mezza per arrivare all’università più vicina se abiti a Grosseto. È la scelta di una madre che non ha mai separato il progetto imprenditoriale da quello familiare. Anzi, li ha fatti crescere insieme, come due tralci dello stesso ceppo. Il vino come specchio di un’anima che non si arrende Rifletto sulle parole di Laura. Ha citato più volte la “follia” delle sue scelte, ma io non ci credo. Non è follia quella che spinge una donna a cambiare vita a trentadue anni, a studiare agronomia mentre cresce due figli e gestisce uno studio assicurativo. Non è follia quella che la porta a scegliere il Merlot in terra di Sangiovese o a fare un metodo classico Nature in una regione che non ha mai puntato sulle bollicine. Quella è visione. La stessa che avevano i pionieri del vino italiano quando, contro ogni logica di mercato, decisero che la qualità poteva diventare un destino. Ho quarantotto anni, ma ancora non mi sono inquadrata. Forse il bello di me è proprio questo. Ecco, credo che questo sia il segreto di Gagiablu. Non cercare l’inquadratura perfetta, il vino allineato, l’etichetta rassicurante. Semmai cercare l’autenticità, quella che ti fa assaggiare un Vermentino e riconoscere la salsedine delle coste maremmane. Quella che ti fa stappare un XVIII e sentire dentro quella bolla fine e persistente tutta la fatica, l’attesa e l’amore di una famiglia. “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare” non è una frase per Laura che ha trovato il suo porto molto tempo fa, in una giornata d’estate in Puglia, parlando di sogni con suo marito e da allora non ha mai smesso di navigare. Ora però il vento è cambiato di nuovo. Ora è la Maremma a chiamarla, con la voce roca della ghiandaia blu che torna ogni anno sulla grande quercia. Sono sicuro che Laura tornerà. Perché lei è come la sua ghiandaia blu: ha trovato l’habitat ideale e lì costruirà il nido. Per sempre. Grazie, Laura. La tua follia è la cosa più saggia che abbia incontrato negli ultimi anni.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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